Published On: mer, Set 12th, 2018

Crac Bps, dopo 26 anni paga una vedova

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Respinto il ricorso della moglie di un membro del Cda. Dovrà risarcire la Banca di Sassari per la “mala gestio” del marito

Ha cercato di convincere i giudici ad annullare la sentenza che la condannava, in quanto erede del debitore, a pagare una quota del risarcimento riconosciuto dalla corte d’appello alla Banca di Sassari per i danni subiti dalla Banca Popolare di Sassari che dell’istituto di credito è la “madre”. Poche centinaia di migliaia di euro che il marito della protagonista, consigliere nel Cda che nei primi anni Novanta portò la banca sassarese al tracollo, doveva dividere con gli altri amministratori accusati della “mala gestio” che mandò in fumo i risparmi di ventiduemila piccoli azionisti. Gli altri debitori, compresi gli eredi degli amministratori defunti nelle more del processo civile, si erano rassegnati a pagare dopo il verdetto d’appello nel 2014. Una vedova invece ha resistito in giudizio, forte di una scrittura privata che a suo parere sollevava il marito dalle pretese risarcitorie della banca. Il 30 maggio (ma le motivazioni sono state pubblicate il 20 agosto) i giudici della terza sezione civile della Cassazione le hanno dato torto, dichiarando inammissibile il ricorso. Quindi ora la donna dovrà pagare.
La sentenza della Suprema Corte chiude, dopo quasi trent’anni di udienze e carte bollate, la infinita storia giudiziaria penale e civile seguita al tracollo dell’istituto di credito sassarese, acquisito negli anni Novanta dal Banco di Sardegna dopo l’intervento di Bankitalia i cui ispettori avevano scoperto perdite per 51 miliardi di vecchie lire. La “mala gestio” dell’ultimo Cda consistette nel nascondere, nel bilancio del 1990, alla banca centrale la disastrosa situazione finanziaria della Bps. In quel momento, il disastro si poteva ancora fermare.

La vedova del consigliere di amministrazione ha cercato di far valere in giudizio un documento con cui, a suo parere, nel 2005 la Banca di Sassari azzerava il debito di suo marito. Un po’ come era successo nel 1999 in tribunale, alla fine del processo di primo grado, con i reati di falso in bilancio spazzati via dalla prescrizione. I giudici avevano condannato solo due imputati dei 23 finiti a giudizio: il direttore generale Mario Giglio e il presidente Cenzo Simon, ma anche per loro qualche anno dopo era scattata la prescrizione.
In seguito alla sentenza della Cassazione la vedova sassarese, assistita dagli avvocati Antonio Giua e Paolo Pacifici, dovrà pagare la quota risarcitoria dovuta dal marito per le condotte di una classe dirigente che portò al collasso la Banca Popolare di Sassari. Un gioiello finito nel fango e salvato dal Banco di Sardegna che l’ha ricostruito, cancellando ovviamente dal logo quella parola, “popolare” . Nel 1992, i ventiduemila azionisti videro svalutare le azioni e sprofondare in un buco nero i loro risparmi e scoprirono come «la banca di casa che cresce con te», questo lo slogan dell’epoca, fosse in realtà il bancomat di una cricca. Amici e sodali che usavano i risparmi degli azionisti per scambiare favori, elargire fondi in nero ad aziende decotte, saziare l’avida sete di “liquidi” di società vicine agli amministratori dell’istituto di credito. Una idrovora che prosciugò in pochi anni l’economia sarda. Nessuno ha pagato, nessuno ha fatto un giorno di carcere.
La prescrizione, al termine di un processo lungo e complesso, ha spazzato via i reati ma non le pretese risarcitorie della ex Bps, ora Banca di Sassari. Oltre
a dichiarare inammissibile il ricorso, i giudici hanno condannato la vedova a pagare le spese di giudizio sostenute dalla Banca di Sassari.
L’istituto di credito era rappresentato e difeso dagli avvocati Vanessa Porqueddu e Stefano Gattamelata.Ha cercato di convincere i giudici ad annullare la sentenza che la condannava, in quanto erede del debitore, a pagare una quota del risarcimento riconosciuto dalla corte d’appello alla Banca di Sassari per i danni subiti dalla Banca Popolare di Sassari che dell’istituto di credito è la “madre”. Poche centinaia di migliaia di euro che il marito della protagonista, consigliere nel Cda che nei primi anni Novanta portò la banca sassarese al tracollo, doveva dividere con gli altri amministratori accusati della “mala gestio” che mandò in fumo i risparmi di ventiduemila piccoli azionisti. Gli altri debitori, compresi gli eredi degli amministratori defunti nelle more del processo civile, si erano rassegnati a pagare dopo il verdetto d’appello nel 2014. Una vedova invece ha resistito in giudizio, forte di una scrittura privata che a suo parere sollevava il marito dalle pretese risarcitorie della banca. Il 30 maggio (ma le motivazioni sono state pubblicate il 20 agosto) i giudici della terza sezione civile della Cassazione le hanno dato torto, dichiarando inammissibile il ricorso. Quindi ora la donna dovrà pagare.
La sentenza della Suprema Corte chiude, dopo quasi trent’anni di udienze e carte bollate, la infinita storia giudiziaria penale e civile seguita al tracollo dell’istituto di credito sassarese, acquisito negli anni Novanta dal Banco di Sardegna dopo l’intervento di Bankitalia i cui ispettori avevano scoperto perdite per 51 miliardi di vecchie lire. La “mala gestio” dell’ultimo Cda consistette nel nascondere, nel bilancio del 1990, alla banca centrale la disastrosa situazione finanziaria della Bps. In quel momento, il disastro si poteva ancora fermare.
La vedova del consigliere di amministrazione ha cercato di far valere in giudizio un documento con cui, a suo parere, nel 2005 la Banca di Sassari azzerava il debito di suo marito. Un po’ come era successo nel 1999 in tribunale, alla fine del processo di primo grado, con i reati di falso in bilancio spazzati via dalla prescrizione. I giudici avevano condannato solo due imputati dei 23 finiti a giudizio: il direttore generale Mario Giglio e il presidente Cenzo Simon, ma anche per loro qualche anno dopo era scattata la prescrizione.
In seguito alla sentenza della Cassazione la vedova sassarese, assistita dagli avvocati Antonio Giua e Paolo Pacifici, dovrà pagare la quota risarcitoria dovuta dal marito per le condotte di una classe dirigente che portò al collasso la Banca Popolare di Sassari. Un gioiello finito nel fango e salvato dal Banco di Sardegna che l’ha ricostruito, cancellando ovviamente dal logo quella parola, “popolare” . Nel 1992, i ventiduemila azionisti videro svalutare le azioni e sprofondare in un buco nero i loro risparmi e scoprirono come «la banca di casa che cresce con te», questo lo slogan dell’epoca, fosse in realtà il bancomat di una cricca. Amici e sodali che usavano i risparmi degli azionisti per scambiare favori, elargire fondi in nero ad aziende decotte, saziare l’avida sete di “liquidi” di società vicine agli amministratori dell’istituto di credito. Una idrovora che prosciugò in pochi anni l’economia sarda. Nessuno ha pagato, nessuno ha fatto un giorno di carcere.
La prescrizione, al termine di un processo lungo e complesso, ha spazzato via i reati ma non le pretese risarcitorie della ex Bps, ora Banca di Sassari. Oltre
a dichiarare inammissibile il ricorso, i giudici hanno condannato la vedova a pagare le spese di giudizio sostenute dalla Banca di Sassari.
L’istituto di credito era rappresentato e difeso dagli avvocati Vanessa Porqueddu e Stefano Gattamelata.

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