di Marco Mirabile

L’ambiente in cui cresciamo e quello in cui scegliamo di vivere condiziona inevitabilmente il nostro modo di vedere le cose. La costante immersione nella realtà metropolitana o in quella provinciale determina un modo di pensare la vita in comunità, un sentimento politico.

Chi vive in città ama la complessità e la contraddizione degli spazi, l’eterogeneità delle articolazioni urbane, ama dominare o essere dominato dalla profonda relatività del tempo. La città è accelerazione e pausa, luce e buio; è un concentrato di servizi, di proposte e di opportunità; è un campionario di attività professionali e commerciali, di etnie e di culture da ogni parte del mondo; è il luogo degli stimoli, dell’individualismo, delle maschere, della promiscuità e del confronto. La città è per sua natura mutevole e quindi necessariamente laica.

La realtà provinciale è diversa: chi vive in campagna ama dimensioni misurabili e l’esistenza ruota attorno al costante contatto con la natura. Il tempo della campagna è sospeso e fluttuante, scandito dai ripetitivi rituali della piccola e solida comunità: si lavora la terra e si provvede alla pianificazione di un’esistenza equilibrata. La dimensione provinciale è la quintessenza del vivere senza maschere, è il palcoscenico di una rappresentazione seria e pregnante.

Dunque se la città è un laboratorio laico dal quale si sviluppano idee sulla complessità del vivere, la campagna assomiglia più a un santuario dal quale ricavare insegnamenti sul vivere correttamente.

Chi vive in una metropoli punta all’emancipazione di se stesso, dai legami sociali, territoriali, familiari, tradizionali: la cultura metropolitana è una corda tesa tra individualismo e internazionalismo, nel progetto di formare un cittadino del mondo. In città l’azione politica è percorsa da un’idea di correzione della realtà: si modifica l’esistente, che non è frutto della Provvidenza ma è pura casualità, gioco delle combinazioni, ingiustizia da rimuovere. Inoltre l’individuo metropolitano è capace di emanciparsi dalla natura con la Cultura, e comunque la natura è avvertita come stratificazione storica, convenzione accumulata nel tempo. Chi ha scelto di vivere in città è proiettato verso la dimensione del possibile, del futuro, e ha un solo antagonista: l’origine, il “già stato”, combatte con la testa rivolta alle spalle.

Dall’altro versante c’è l’abitante della campagna, della provincia, il “paesano”, che assegna valore all’identità, alla provenienza, all’origine, al legame sociale, religioso, familiare, nazionale. Per l’abitante della campagna il legame non è la catena che ci imprigiona e ci limita nella libertà, ma è il filo d’Arianna che ci connette agli altri e che ci sostiene. Quello che l’abitante di città vede come il frutto del caso, il paesano lo vive come evento significativo voluto da una Provvidenza. La realtà della provincia definisce i suoi abitanti, li identifica, li chiama a un ruolo, a un senso e a un compito.

In Europa e in Nord-America esiste un mondo rurale verso cui affluiscono circoli di nuova destra, ambientalisti e cattolici. Tuttavia il riferimento principale va ai conservatori della campagna americana (Tea-Party) e ai nostri connazionali leghisti, che animano la questione “paesana” il più delle volte contrapponendola all’opzione liberale-metropolitana. Tra i fili conduttori: il primato del “noi”, il richiamo alla continuità e alle radici, la forza dei legami, la visione religiosa della vita sociale e politica: in questa attenzione alla materialità, alla tradizione, caratteristica da sempre di ogni populismo, si sigla il “progetto morale” di Sarah Palin e di Umberto Bossi. In questo modo i presunti “popoli” nativi-americani e padani, attori delle idee populiste, mettono tra sé e l’ordinamento giuridico dello Stato il filtro dei legami di nascita, delle identità, della terra eletta (patria), dei corpi e della loro sopravvivenza (di qui l’uso privato delle armi e la paura dello straniero).

Questo atteggiamento disturba sia il legislatore che il politico tradizionale, i quali classificano le idee populiste come “nevrotiche”, e oppongono a esse una visione “sana” e razionale, metropolitana e globale. Concludendo, il paradosso che si riscontra è interessante: nella contraddittoria e multiforme vita di città vince un’ideologia politica laica, equilibrata e liberale; nella proporzionata vita di campagna proliferano invece le idee contraddittorie del populismo avido e generoso, materialista e metafisico, tradizionalista e trasgressivo.

2 Commenti

    Waw… bellissimo articolo 😉 dopo averlo letto penso sempre di più a Parma come alla campagna, e a Milano come alla città. E io sono decisamente un cittadino!
    F.

    evocativo.
    interessante poi notare come nel santuario della provincia non si possa fare a meno di replicare i peccati della Città….e come dalla stesso santuario, verso quella stessa Città, si caglino le pietre…
    Lascio all’immaginazione di ognuno i parallelismi possibili…

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