Published On: Mer, Gen 19th, 2011

FOCUS – L’alba del giorno dopo

Share This
Tags

di Maria Teresa Improta

“Se occupate la Fiat il Pci vi appoggerà”. Berlinguer davanti alla porta cinque di Mirafiori rispondeva così al delegato Cisl che chiedeva cosa avrebbe fatto il Pci nel caso in cui i lavoratori avessero deciso di irrompere negli stabilimenti FIAT. Era il 1980. A distanza di trent’anni davanti a quegli stessi cancelli neanche Vendola riesce a schierarsi in un referendum che in tanti definiscono un vero e proprio ricatto: “Sarebbe sgradevole una risposta in ogni caso – dichiara Nichi tra i fischi degli operai -. Noi non siamo qui per orientare i lavoratori. Bisogna avere rispetto di loro comunque votino perché significa votare tra la sopravvivenza e l’essere buttati per strada”. Disoccupazione o umiliazione. Questi i termini di scelta nella democrazia dell’amministratore col golfino. Una scelta difficile per chi ha mutuo e figli, una scelta forzata per chi è già provato da venti anni di lavoro in linea.  Nel silenzio di quasi tutta la politica parlamentare, ad eccezione di Di Pietro, e nell’appoggio incondizionato del Governo ai diktat targati Marchionne in percentuale ha vinto l’umiliazione. Umiliazione contrattuale, ma rivincita sociale con un 46% di No all’accordo ed una fiaccolata che all’ombra della mole Antonelliana ha visto studenti e lavoratori di nuovo uniti. Di fatto non è facile schiacciare, neanche con minacce di delocalizzazioni selvagge e brindisi a Detroit, l’emblema della classe operaia italiana: i metalmeccanici di Mirafiori. Un risultato politico sconvolgente per il capo del Lingotto, il quale contava in un plebiscito, abituato ad una classe operaia che sempre più migra in direzione del Carroccio padano. Dagli exit pool di Termometro Politico è emerso che il 59% di chi ha scelto di votare Sì “ha addotto come motivazione la necessità di salvare il posto di lavoro”, mentre oltre l’80% di coloro che hanno votato No “ha dichiarato di aver rifiutato il ricatto dell’azienda”. Valori significativi, dato l’alto numero di impiegati (sui quali non ricadono gli effetti diretti dell’accordo) nell’elettorato, che inducono a pensare che l’Italia sia pronta per affrontare una nuova stagione politica “un risultato straordinario, soprattutto se consideriamo che gli iscritti a Fiom in quegli stabilimenti sono solo il 30% delle carrozzerie ed il 10% degli impiegati. Dalla marcia dei 40mila la lotta di classe sembrava scomparsa, – dichiara Francesco Samuele responsabile dei Dipartimenti Lavoro, Welfare ed Economia della segreteria provinciale di Rifondazione Comunista – con il referendum di Mirafiori ritorna rifiutando le ambiguità del PD e le imposizioni della Lega. Un’occasione straordinaria, la classe lavoratrice finalmente riapre gli occhi e si presenta compatta di fronte al ricatto, è un esempio di civiltà. Vengono attaccati i diritti sociali con l’offensiva della Fiat, e con questo attacco si apre una fase nuova: di rivendicazione, non più di difesa. Non è scontato che l’accordo venga applicato: è incostituzionale e non gode del consenso dei lavoratori”. Una vittoria, nella sconfitta. Per Matteo Caselli, il giovane consigliere PD del Comune di Parma, invece la situazione è da interpretare sotto un profilo più pessimistico: “secondo me, in questo referendum ci sono solo sconfitti. È un risultato che impone una riflessione. Abbiamo avuto un atteggiamento ondivago, ma non mi sento di dare dei collusi a chi ha svenduto anni di lotte sindacali, non sono criminali, ma padri di famiglia. Il rischio è che questo rappresenti un precedente per le altre grandi aziende italiane”. I firmatari dell’accordo, coloro che hanno trovato un compromesso con il capo del Lingotto adesso che i dipendenti hanno rinunciato al contratto nazionale, hanno accettato tutti i vincoli dell’accordo compreso il lavorare dieci ore a turno senza che la Fiom possa rappresentarli parlano di sacrifici che tutto sommato sono sostenibili, anche se l’età media degli operai di Mirafiori è di 48 anni. Il segretario della Uil Parma Mario Miano crede che gli italiani in ogni referendum “dimostrano il proprio buon senso.
Questo è avvenuto anche a Torino. È un’uscita sofferta in cambio di una prospettiva futura. La nostra posizione è stata dettata dal nostro essere responsabili. La Fiom ha agito da irresponsabile, con le sue idee da ‘duri e puri’, arroccati ancora sulla ‘lotta dura senza paura’, si sono esclusi da soli. Il voto ci costa caro, ma è un esempio di democrazia con la ‘D’ maiuscola. Saremo in meno a trattare con l’azienda, ma questo è positivo, meno persone si è, meno tempo si spende per trovare soluzioni condivise. I sacrifici ci saranno, ma saranno anche retribuiti. Non è un ricatto è una condizione dettata dalla globalizzazione e dall’esigenza di richiamare capitali in Italia”. “Non siamo negli anni Trenta, non si è votato per paura – polemizza dalla Cisl ducale il segretario Italo Fiorani -. Non ci credo al fatto che Fiat sarebbe andata all’estero qualora avessero i vinto i voti contrari all’accordo. Non credo il voto degli impiegati abbia influenzato l’esito del referendum. Senza la Fiom il lavoro sindacale in Fiat sarà più difficile, tutto è sempre più problematico quando si è divisi in famiglia. L’importante è che un lavoratore non sia in fabbrica sette giorni su sette, se fosse così nessuno avrebbe firmato l’accordo. L’unica cosa che è cambiata è nei dieci minuti di pausa. Per quanto riguarda gli straordinari, sì saranno di più, ma  saranno remunerati. Se la Cgil dovesse andare in Tribunale per ridefinire l’accordo mi dispiacerebbe perché bisogna rispettare la democrazia non a senso unico. Spero si ritorni presto a lavorare tutti insieme”. Le vie dei legali però sono infinite e la Cgil si sta già muovendo per valutare il ricorso alla magistratura, ma come spiega Patrizia Maestri, segretario generale Cgil Parma, “è una strada che non si esclude perché l’accordo vacilla a livello giurico, ma non è la via principale. Bisogna non lasciare soli gli operai a sostenere 10 ore in catena pensando che possano tranquillamente sostenere questi ritmi perché il disagio è stato monetizzato ed inserito in busta paga.
Questi lavoratori sono stati caricati di una responsabilità enorme, scegliere del futuro dell’azienda sotto ricatto. Non so come la Fiat potrà gestire una fabbrica con un dissenso così grande. Non si fa ripartire un’azienda abolendo le garanzie conquistate negli anni dai lavoratori. Saremo quindi in piazza a Bologna già il 27 gennaio per rivendicare i nostri diritti affinché non vi siano più accordi separati che portino a queste forzature. Ed il 28 sarà sciopero generale nazionale”. Un invito che sembrerebbe ormai rivolto a tutti i lavoratori cui il golfino del Marchionne di turno un domani potrà imporre di scegliere tra disperazione e sfruttamento.

Info sull'Autore

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Leggi Zerosette online

Edizione dal 25-11 allo 08-11-20





Video Zerosette