Published On: Mer, Gen 12th, 2011

L’Europa e la stampa libera: Roma e Budapest lontani dall’Ue

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di Marcello Frigeri

Mentre l’Europa corre unita verso la libertà di stampa, due realtà non troppo piccole dell’Unione, invece, hanno deciso che l’informazione, da sempre “cane da guardia della democrazia”, non riveste tutta questa importanza nel gioco delle parti di una società. Non sono realtà piccole, dicevamo, perché una, l’Italia, è tra i paesi fondanti dell’Unione, mentre l’altra, l’Ungheria, ha avviato il primo semestre di presidenza del Consiglio dell’Ue. Così mentre l’Inghilterra, tramite il liberal-democratico Nick Clegg (vice primo ministro), ha proposto in questi giorni di estendere le norme che tutelano la libertà di stampa perché “vogliamo che accademici e giornalisti non abbiano paura nel pubblicare le loro legittime ricerche”, in questi ultimi due anni il governo italiano ha tentato di fare esattamente il contrario: intimidire la categoria dei giornalisti affinché le inchieste (e le intercettazioni) non venissero pubblicate: vietate le telecamere nascoste (pensate alle inchieste delle Iene) e vietate le registrazioni qualora l’intervistato non fosse avvertito (ricordate il ddl intercettazioni?), il rischio sarebbe stata la reclusione da due mesi fino a 4 anni di carcere. No alle pubblicazioni di atti segreti di un procedimento, comprese le intercettazioni (in barba al dovere di informare e al diritto di essere informati). Ovviamente la legge, secondo il premier modificata fino al suo totale stravolgimento, è stata lasciata marcire nei cassetti “delle nebbie” del Senato, e lì riposa dal giugno scorso. In Ungheria è andata peggio: a Natale il parlamento magiaro ha approvato una legge che ricorda molto il bavaglio del ddl Alfano, forse un poco più spinto: il Consiglio dei Media Ungherese, cui fa capo il partito di maggioranza (il Fidesz), può sanzionare gli organi di stampa la cui produzione non sia “politicamente equilibrata”. Ecco: questo imprecisato equilibrio è il confine sottile tra una stampa libera e una dipendente dal potere. Basta poi rileggersi la classifica di Freedom House del 2010 per accorgersi che stiamo parlando di due paesi definiti “parzialmente liberi”, realtà di una Europa che al contrario vanta democrazie tra le più libere al mondo. Quel 72esimo posto della classifica mondiale, insomma, non ce lo invidia proprio nessuno. D’altra parte è una prerogativa italiana rovinare quel poco che c’è di buono, come la giustizia. Mentre nei paesi occidentali in alcuni casi: i pm sono dipendenti dal governo; non esiste l’obbligatorietà dell’azione penale; i giudici sono eletti dal popolo come navigati politici, e ricevono da ricchi privati finanziamenti per le campagne elettorali, avvalendosi poi di una giuria popolare per ergastoli o pene di morte anziché applicare il diritto, in Italia, invece, abbiamo una giustizia che è totalmente indipendente dal potere. Per questo il potere vorrebbe, e talvolta ci riesce, indebolirla. Un po’ come la libertà di stampa: quando diventa scomoda è sempre meglio sfiancarla. Diceva Burke: “chiunque amministri lo Stato e ne detti le leggi dovrebbe aver ben fermo in mente che egli altro non è che un temporaneo possessore del potere, un affittuario; che quel potere gli deriva dai propri antenati, insieme alle leggi che regolano la vita dello Stato, e che dovrà essere trasmesso ad una posterità; che si tratta di una preziosa eredità da mantenere intatta, non da distruggere a piacimento coinvolgendo nella distruzione l’intero tessuto della società umana”. In altre parole, ciò che non è chiaro ai molti, è che mentre l’Europa corre verso un potere sotto il controllo dei cittadini, in Italia, da vent’anni a questa parte amministrata da un apparato politico mediocre, agisce come se il consenso popolare fosse il pass per un potere di tipo autoritario: si sentono legittimati a fare ciò che vogliono, credendosi nel giusto. Ma non è così: sono solo affittuari del loro mandato.

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