di Danilo Coppe

Il fortunato programma di Gianni Minoli, “La Storia siamo noi”, si occuperà prossimamente dell’inquietante episodio che ha visto protagonista il celebre scrittore e garibaldino Ippolito Nievo. Non tutti sanno che l’autore di “Confessioni di un Italiano” fu anche uno dei Mille che accompagnarono Giuseppe Garibaldi durante la campagna che contribuì, in modo determinante, all’Unità d’Italia. Le mansioni del Nievo, nell’ambito della spedizione in camicia rossa, fu quella di contabile. Non era certo un compito semplice. C’era da segnare sui quaderni sia le entrate, comprese le “sponsorizzazioni” che molti Stati europei dell’epoca erogarono alla causa garibaldina, sia le uscite che, probabilmente, hanno visto anche parecchie voci destinate a “favorire” uno scarso impegno da parte di alcune frange delle truppe borboniche. Fatto sta che i documenti contabili redatti dal Nievo rappresentavano forse una “macchia” nel candido percorso storico dei Mille. E così, il 4 marzo 1861, pochi giorni prima della proclamazione dell’Unità d’Italia, lo scrittore – contabile si imbarcò sul Piroscafo Ercole, in navigazione da Palermo a Napoli, per poi proseguire per Genova e quindi a Torino per la consegna ufficiale dei libri contabili al Governo del Re. Ma il piroscafo non giungerà mai a Napoli. Di quasi 90 passeggeri, compreso l’equipaggio, si è persa ogni traccia. Nessun relitto e nessun cadavere fu rinvenuto galleggiare nel tratto di mare più volte ispezionato. E così, di Ippolito Nievo e dei suoi libri contabili non si è più parlato. Fino a quando non è uscito l’ultimo romanzo di quella “vecchia volpe” di Umberto Eco, intitolato “Il cimitero di Praga”. Per la redazione di un paio dei capitoli principali, lo scrittore si è chiaramente ispirato ad altri due libri, uno scritto da Cesaremaria Glori, dal titolo “La tragica morte di Ippolito Nievo”, mentre l’altro, è di Stanislao Nievo, un pronipote del celebre garibaldino, dal titolo “Il prato in fondo al mare”. Entrambi gli autori hanno ricostruito gli ultimi episodi salienti della vita di Ippolito Nievo, giungendo alla conclusione, peraltro sensata, che lo scrittore-contabile ed i suoi compagni di viaggio siano state vittime di un vero e proprio attentato. L’ipotesi ha affascinato lo staff di Minoli, che ha cercato di capire che tipo di ordigno “a tempo” potesse essere collocato a bordo di un natante, tanto da creare un’esplosione che potesse rapidamente colare a picco l’imbarcazione senza dare scampo a nessuno. Un ordigno che fu, probabilmente, caricato all’interno di una cassa di tipo mercantile, all’interno della stiva del Piroscafo Ercole.
Per fare questa analisi la RAI si è rivolta all’Istituto Ricerche Esplosivistiche di Parma, con il quale ci sono state già in passato diverse collaborazioni. Il sottoscritto, avvalendosi dell’aiuto del falegname parmigiano Ivano Dalla Romanina, ha quindi ricostruito i meccanismi in legno che all’epoca erano presumibilmente utilizzati per temporizzare una carica di esplosivo. Non va infatti dimenticato che a metà dell’800 non c’erano “timer” elettrici o meccanici adeguati e le prime applicazioni elettriche sono arrivate nel 1875, con l’invenzione della lampadina da parte di Edison. A mio modesto avviso era usanza utilizzare, all’epoca, un’arma da fuoco, quale “detonatore” di circostanza. Il simulacro dell’ordigno, con due sistemi di temporizzazione diversi è attualmente visibile presso il Museo dell’Istituto Ricerche Esoplosivistiche di Parma in Strada S.Margherita, 10/A. Per ricreare poi gli effetti di innesco, probabilmente tramite una pistola ad avancarica, la RAI si è avvalsa anche del poligono del Tiro a Segno di Parma, col contributo determinante del presidente Arnaldo Bicocchi e del suo staff. Il responsabile dell’archivio storico di Parma, Roberto Spocci, ha anche consentito che la RAI filmasse i fucili Enfield-Barnett donati, insieme ad altri cimeli, dallo stesso Garibaldi al Comune di Parma.
Ci sarà quindi molta “Parma” in una delle prossime puntate de “La Storia siamo noi”.

2 Commenti

    Ho visto la ricostruzione di una “bomba a orologeria”, così come poteva essere costruita, con le conoscenze del tempo. L’ipotesi di una simile bomba era stata fatta negli anni Trenta del secolo scorso e riportata, senza precisazioni, da uno storico. L’ipotesi è affascinante, ma per poter realizzare una simile apparecchiatura bisognava essere sulla terraferma. Invece la nave a ruote “Ercole”, azionata da due ruote e dalle vele, si muoveva in avanti a piccoli scatti (venti giri, circa, delle ruote al minuto). Inoltre il mare era molto mosso e il vento, che prima di Capri si mise a tramontana, obbligava la nave a fare dei bordi, usando le vele, con il risultato di una inclinazione che cambiava continuamente, a dritta o a manca. Prima di Capri si sa che, per la forma della costa, si producono pericolosi giri di vento continui. Una apparecchiatura che si serviva di una sedia, su cui era fissata una pistola, il cui grilletto era legato ad un filo che faceva capo ad un barattolo di fagioli che, con l’umidità, si stavano gonfiando, non avrebbe resistito incolume allo scuotimento continuo della nave a vapore. Personalmente preferisco l’ipotesi di un gruppo a bordo, sette o otto almeno, che si impadroniscono della nave, la affondano aprendo un foro sotto la linea di galleggiamento, si salvano poi sulle rive di Ischia (sull’isola arrivarono tracce di un grosso naufragio, come scrisse il giornale “L’Indipendente” di Alessandro Dumas) e, prima di prendere l’unica sciluppa indenne, mettono fuori uso le altre scialuppe di salvataggio. Una ipotesi, naturalmente, perché nessuno sa che cosa accadde durante la traversata, a bordo dell’Ercole. Comunque l’unico posto in cui una barca di salvataggio poteva allora approdare senza essere vista è la spiaggia iscitana di Maronti. Su Capri c’erano truppe dell’esercito Sardo che vegliavano i prigionieri di Gaeta e la forma della costa non consentiva un facile approdo, di notte.

    Egregia Fausta
    ho apprezzato il suo commento al mio pezzo poichè denota da parte sua passione e attenzione ai dettagli. In effetti solo chi era a bordo dell’Ercole può sapere effettivamente cosa è successo. La sua ipotesi di un commando è affascinate ma poco credibile e, in qualche modo, sposa la tesi di Eco nel suo romanzo, Tuttavia io la reputo improbabile. Se davvero il commando avesse costretto 80 e più persone a stare in una stiva mentre la nave veniva fatta affondare, lo stesso commando doveva affrontare un mare in burrasca di notte su una scialuppa. Chiunque conosca il mare sa di come questa ipotesi equivalga ad un mezzo suicidio. Forse puoi convincere uno a rischiare ma non un drappello di persone. I dispositivi che ho ricostruito, in tutta umiltà, sono i più credibili poichè possono essere sbatacchiati senza troppi problemi. Un barilotto che perde acqua la perde anche se agitato. I fagioli si gonfiano anche se agitati. Magari meno, ma quanto basta per esercitare una spinta di diversi kg.
    Grazie comunque del confronto
    Danilo

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