di Danilo Coppe

Per l’ennesima volta assistiamo all’ulteriore rincaro dei prezzi dei carburanti. Le motivazioni son sempre quelle: congiunture internazionali alla base dell’aumento del prezzo del greggio al barile.
Sembra la “supercazzola” che faceva Ugo Tognazzi quando interpretava il Conte Mascetti nella riuscita saga di films “Amici miei”, ogni volta che non voleva farsi capire da qualcuno.
Provate poi a fare ai petrolieri la fatidica domanda: “Come mai quando aumenta il prezzo del greggio aumentano i prezzi dei carburanti, ma quando diminuisce il prezzo del greggio i prezzi dei carburanti non diminuiscono?”. Allora vedrete che la supercazzola raggiungerà il massimo del suo splendore: “Scriba con la palina, conterno come fosse antani, con scappellamento a destra. Per due”. Chiaro no? Però dobbiamo sopportare, è ovvio. Siamo troppo dipendenti dal petrolio per riuscire a trovare qualcuno che faccia la voce grossa con i petrolieri.
Ultimamente sul web ha ripreso a girare una proposta che, sembra, parta da un’iniziativa di Beppe Grillo. Si propone, per far abbassare i prezzi del petrolio, di boicottare, tutti insieme, un solo marchio di carburanti. La “Esso” mi pare. L’autore del messaggio, che funziona come una catena di S. Antonio, si dice certo del fatto che, se tutti smettono di consumare i prodotti Esso, la casa madre sarà costretta ad abbassare i prezzi, costringendo tutti gli altri marchi a fare uguale. Scusate tanto, ma a me sembra una grande illusione, oltre che una minchiata. Con un’iniziativa di questo tipo si otterrebbe solo di mettere in ginocchio le famiglie dei gestori delle pompe della Esso. Stop. Tutto il resto è un esercizio illusorio, per un motivo fondamentale. Le compagnie petrolifere fanno “cartello”. Da sempre. Ci prendono per il culo proponendo sconticini oggi per poi revocarli domani. Infatti la filosofia del “cartello” è quella di alzare o abbassare i prezzi tutti assieme. Anche perché la Esso è presente in tutto il mondo. L’Italia rappresenta, che so, lo 0.5% del suo mercato globale. Anche da sola potrebbe tranquillamente far defluire fondi per assorbire le perdite. Figuriamoci in una struttura di mutua assistenza come quella derivante dall’accordo fra Compagnie. Finirebbe solo che cambierebbe nome, come hanno fatto negli ultimi decenni diversi loghi. Vi ricordate marchi come BP, Chevron, Mach, Amoco, Gulf, Mobil, Elf? Una volta erano tutti presenti in Italia. Poi sono spariti. Credete che non esistano più? Ci sono ancora eccome, ma sono presenti da noi con altri nomi, come Total, Q8, Shell, Tamoil, ecc. Ma in molti Paesi, guarda caso, continuano a chiamarsi con i marchi da noi spariti. Se si riuscisse a risalire alle scatole cinesi che rappresentano, si scoprirebbe poi che tutte convergono in una manciata di holdings. Sempre le stesse. Più o meno le “famose” sette sorelle. Un paio americane, una inglese, una francese, un paio arabe, oltre naturalmente alla “nostra” ENI (nostra, tanto per dire…).
Credete davvero che col rischio di dover abbassare a catena gli infiniti introiti derivanti dagli idrocarburi, il cartello delle Compagnie non presterebbe “mutuo soccorso” alla sorella boicottata?
L’unica maniera seria per sfilarsi dal di dietro la prepotenza delle Compagnie petrolifere sarebbe quella di consumare TUTTI meno carburanti, incentivando l’uso di fonti alternative, ma soprattutto riducendo l’utilizzo dell’auto anche per andare a comprare il giornale. Oppure bisognerebbe avere una classe politica completamente diversa e non come la nostra che è prona a tutti i capricci dei potenti. Abbiamo persino digerito e assimilato la morte di Enrico Mattei. Del resto, da questo punto di vista, in tutto il mondo nessuno sfida le lobby petrolifere. Troppa dipendenza. Infatti si fa finta di non sapere che molti Paesi arabi finanziano il terrorismo con una mano e con l’altra puntano il dito in segno di rimprovero. Per dare al lettore l’idea di quanti soldi si fanno col petrolio vi racconto un aneddoto. Io ho iniziato a fare il mestiere che faccio perché, fra altre cose, vidi da ragazzino un film interpretato da John Wayne. Il titolo originale in inglese era bellissimo: “Hellfighters” (Lottatori dell’inferno). Il titolo in italiano è penoso: “Uomini di amianto contro l’inferno”. La storia è quella vera di Paul “Red” Adair, un texano che fu il primo, negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, ad utilizzare la dinamite per spegnere i pozzi di petrolio incendiati. Questo personaggio, che mi ispirò ad utilizzare gli esplosivi a fin di bene, chiedeva due tipi di parcelle: o un assegno firmato senza cifra, oppure un milione di dollari. Quest’ultima cifra (da pensare al suo valore negli anni ’50…) era secondo lui congrua, poiché era quanto perdeva la compagnia petrolifera in un solo giorno! E’ pur vero che la realizzazione di un pozzo di petrolio ed il suo mantenimento ha costi colossali, ma se anche le spese ammontassero al 90% degli introiti, renderebbe comunque 100.000 dollari al giorno. Pensate a quegli Emiri che di pozzi ne hanno 10 o 20, quanto cacchio guadagnano… Così vi spiegate perché si fanno fare le Rolls Royce in oro e brillanti. Così vi spiegate perché possono permettersi di comprare qualunque politico della terra, sia con bustarelle abusive, sia con “emolumenti” pubblici, nascosti da beneficienze, da assunzioni inutili, da investimenti locali, ecc.
Non sono certo l’unico ad aver chiaro questo meccanismo, però a volte ricordarlo agli ingenui può servire a stimolare qualche libero pensiero. Anche se fa incazzare tremendamente.

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