Published On: Mer, Gen 26th, 2011

Vignali e il suo modello paranoico

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In occasione del conferimento del premio Sant’Ilario, durante il tradizionale discorso del sindaco, Vignali ha detto: “(…) E come una famiglia che cresce compra una casa più grande, così fa la città, costruendo nuove opere, nuovi asili, nuove strutture per anziani, nuove strade e nuove piazze. E come una famiglia, quando fa un investimento per il futuro non dice ‘ho fatto un debito’, ma dice ‘ho comprato una nuova casa’, così è per l’Amministrazione. L’unica alternativa possibile è non costruire queste cose, che però significa tornare indietro nella qualità della vita”, considerando il lavoro come “sviluppo del benessere”. Anzitutto, ci insegna il sindaco, il debito del Comune non si chiama più  debito, ma investimento: chiamare le cose con il proprio nome, infatti, gli pare brutto, soprattutto quando si tratta di denaro pubblico. Ma l’argomento è un altro: è proprio vero che si torna indietro “nella qualità della vita” se non si costruiscono nuove opere, non si realizzano nuovi servizi, non si aumenta la produttività, non si cede di un’unghia al ritmo frenetico del lavoro, del business e dell’industria, e dunque, in poche parole, non si resta al passo con i tempi?   La situazione è paradossale: crisi economica a parte, i paesi industrializzati continuano ad arricchirsi, merito della loro tensione economica fondata sulla competizione sfrenata. Ma, presi individualmente, i loro abitanti sono diventati più poveri. Come l’Italia: rispetto agli anni ’60 è un Paese più ricco e industrializzato (il Pil ha continuato a crescere), eppure noi italiani siamo più poveri di allora (la disoccupazione, e la cassintegrazione, crescono). Questo com’è possibile? Dice Massimo Fini, uno degli ultimi intellettuali dello Stivale: “il fatto è che mentre noi corriamo e ci affanniamo a lavorare anche gli altri Paesi industrializzati corrono come noi o più di noi. Per cui è come se stessimo fermi, se corressimo su un tapis roulant alla rovescia. E chi molla di poco, è perduto”. È la teoria Vignali, che poi è quella occidentale: non fermarsi mai, continuare a produrre, con ritmo nevrotico; se è possibile, il lavoro, va effettuato senza pause (oggi c’è chi il pranzo lo consuma davanti al pc dell’ufficio, al capo fa piacere), stipulando contratti da schiavi (vedi Mirafiori e Pomigliano). E ci viene raccontato che, se così non sarà, diminuirà la qualità della nostra vita.  Ma è proprio il contrario: questo modello paranoico ci rende isterici e schiavi della produttività, che nel credo moderno è diventata un fine esistenziale dell’uomo-consumatore: se non lavori, dunque non produci, sei uno scarto della società (in epoca preindustriale il lavoro si chiamava “mestiere”, ed era tutt’altra cosa). Il business e il denaro sono diventati così importanti da scavalcare, come priorità, la vita stessa dell’uomo. Si guardi alla panzana colossale della necessità di costruire un inceneritore a Parma: lo stesso Viero, amministratore delegato di Iren Ambiente, tramite un comunicato del novembre scorso, confessa all’Amministrazione che il Termovalorizzatore non è altro che una fonte di profitto: “che l’impianto – disse allora – si faccia o meno a Iren non interessa, sono innumerevoli le occasioni di investimento e le opportunità di business” (Parma Repubblica, 25 novembre). Ormai questi signori non conoscono vergogna: siamo arrivati al punto che ce lo raccontano apertamente. Arricchiamo le casse dei nostri Paesi a discapito della salute. Vogliamo arrivare forse a sostenere che il denaro ha più diritto degli uomini? Dice Massimo Fini: “mi ha sempre fatto sorridere che il Primo Maggio noi si celebri la Festa della nostra schiavitù”.

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