Published On: Mer, Feb 2nd, 2011

FOCUS – Ecco la Casta degli intoccabili: intervista a Beppe Lopez

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di Maria Teresa Improta

Quando acquistiamo un quotidiano in edicola, dovremmo ricordare che spesso lo stesso quotidiano è già stato finanziato dalle nostre tasche attraverso i contributi statali. Il pluralismo informativo è alla base di questo principio, ma da un’attenta analisi dei finanziamenti che piovono sulla stampa italiana notiamo che le testate più deboli e precarie non sono contemplate. I grandi colossi vengono sovvenzionati, mentre per i piccoli editori come afferma Ricardo Franco Levi, coautore del disegno di legge Levi-Prodi sull’editoria (mai approvato), “non abbiamo mai avuto né una lira né un euro per aiutare nuove iniziative”. ZeroSette conosce bene questa realtà. Il nostro settimanale infatti non godendo né di contributi statali, né di proventi pubblicitari derivanti da sponsor quali Comune o Provincia, né del contributo diretto da parte dei lettori essendo distribuito gratuitamente, si autofinanzia. Eppure continuiamo a produrre informazione. Informazione libera ed indipendente. Le copie che stampiamo vengono spalmate su tutto il territorio parmense ed in rarissimi casi, poche copie, ritornano alla base. Nel frattempo c’è chi pur di accaparrarsi i contributi statali quotidianamente manda al macero migliaia di copie. Un esempio. Europa, il quotidiano della Margherita, come spiega anche Beppe Lopez nel suo libro La casta dei giornali, vende meno di 5mila copie al giorno e ne fa stampare 30mila, così da incassare 3 milioni di euro l’anno di contributi. E non è l’unico. I danni per le casse statali e per l’ambiente sono notevoli. In termini di informazione, il valore aggiunto è più che discutibile. In termini di mercato il meccanismo di sostegno statale risulta distruttivo. Insomma paghiamo per leggere, paghiamo per sostenere l’informazione, paghiamo affinché i potentati dell’editoria orientino le nostre scelte politiche alle urne.

Chi è Beppe Lopez:

Giornalista e scrittore, Beppe Lopez ha lavorato per vent’anni come giornalista parlamentare. Ha partecipato come cronista di politica interna alla fondazione di La Repubblica. Ha pubblicato inchieste sulle più importanti testate italiane tra cui: il Manifesto, l’Unità, Liberazione, Il Giorno, il Corriere dello Sport.  Ha fondato e diretto il Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto, oltre al primo quotidiano lucano, La Nuova Basilicata. Ha diretto la Quotidiani Associati, la più importante agenzia italiana di servizi giornalistici. Si è occupato di televisione, di editoria libraria, di uffici stampa di istituzioni ed enti pubblici, di elaborazione politica, di politica culturale e del tempo libero. Ha diretto l’emittente televisiva Telebari ed è autore di un documentario su Napoli, la capitale interrotta. Tra le tante pubblicazioni librarie ricordiamo Giornali e democrazia (2009); La casta dei giornali (2007); Il giallo di via Poma (1998); Il quotidiano totale (1998); Il quotidiano che non c’è (1995). Attualmente scrive per Il Fatto Quotidiano e dirige Informazione e democrazia una rivista sulla comunicazione in Italia.

Fonte Wikipedia

In Italia esiste l’informazione? Se sì, chi la fa?

“In Italia c’è l’informazione, ma non una libera informazione. Di più: l’informazione è stata pressoché totalmente assimilata alla casta del potere. Da questo punto di vista, Berlusconi è una metafora del tutto, assommando in se, al massimo livello, potere finanziario, mediatico e politico. A questo si aggiunga, in conseguenza, una considerazione: le anomale caratteristiche del nostro sistema finanziario (oggi egemone), mediatico (giornali quasi tutti proprietà di “non editori” e fra i meno diffusi al mondo, questione-Rai e infine duopolio televisivo) e politico (“casta” non più rappresentativa, autoreferenziale e dilapidatrice delle risorse pubbliche e degli interessi collettivi) sono state e sono tali da fare di questo paese un caso unico nel mondo civile in cui non esiste una “pubblica opinione”. Chi “fa” realmente oggi informazione in Italia sono gli interessi economici, finanziari e bancari che eterodirigono la politica e le istituzioni democratiche, e detengono direttamente la proprietà della gran parte e comunque dei più importanti organi di informazione”.

I contributi all’editoria permettono di mantenere il pluralismo informativo?

“Per decenni il sistema di provvidenze pubbliche per l’editoria ha determinato e accentuato i difetti storici del nostro sistema informativo – giornali fatti non per essere venduti ma per servire interessi politici ed economici, scarsa diffusione dei giornali, gracile sistema di giornali locali, inesistenza di giornali indipendenti – sino all’attuale informazione basata sul duopolio televisivo. Duopolio che con la “discesa in campo” e il dominio di Berlusconi è diventato nell’ultimo ventennio sostanzialmente un monopolio. I contributi incentivano pochi grossi gruppi editoriali ai quali si consente l’abuso di posizione dominante e provocano la desertificazione della editoria indipendente e regionale”.

Nel suo libro “La Casta dei giornali” parla di contributi all’editoria che sfiorano i mille milioni di euro l’anno. Sommariamente può spiegarci come si arriva a questa cifra?

“La crisi della finanza pubblica ha costretto i governi, negli ultimi anni, a stringere la cinghia. Ancora quattro-cinque anni fa, ai mille milioni si arrivava agevolmente: 200 per giornali di partito e assimilati, 300 di agevolazioni tariffarie, ancora nel 2006 per i soli rimborsi-carta lo Stato sborsava sino a 600 milioni, poi circa 200 per le radio e Tv locali, 120 alla Rai e alle agenzie di stampa, e poi le altre agevolazioni fiscali, le agevolazioni telefoniche, i 10 milioni a Radio Radicale per le dirette parlamentari, e poi ancora un fiume di soldi non quantificabile versati da altri organismi statali, ministeriali, parastatali, regionali ecc. ecc. ecc.. Ma, al di là del fatto quantitativo, già impressionante (un’informazione finanziata dal potere è per definizione una informazione non indipendente dal potere), erano balordi e spesso inquietanti i criteri di elargizione. Ne hanno goduto giornali inesistenti, editori truffaldini, veri e propri truffatori e poi i clientes, gli amici degli amici. E non solo non hanno promosso nuove iniziative editoriali e tanto meno nuove libere iniziative, come si diceva, ma le hanno uccise e comunque scoraggiate. Infine, il grosso dei contributi sono andati ai grandi gruppi editoriali: Mondadori 29 milioni, Rizzoli 23 milioni, Il Sole 24 Ore 19 milioni, la Repubblica 16 milioni… Ora la situazione è cambiata. Fu abolito il contributo-carta, poi è stata ridotta al lumicino l’agevolazione postale, infine hanno drasticamente tagliato i contributi diretti a organi di partito, di movimenti e di cooperative. Paradossalmente, mettendo in ginocchio in particolare la stampa no-profit, le poche vere cooperative editoriali esistenti e i piccoli giornali, e lasciando ulteriore campo libero ai grandi gruppi editoriali, invece di realizzare una seria riforma capace di incentivare la nascita di nuovi organi di informazione indipendenti”.

Chi è l’editore realmente autonomo in Italia? Quale testata è libera in Italia?

“Per limitarci ai quotidiani, abbiamo molti non-editori molto autonomi e nessun editore vero. Le testate libere sono pochissime: quelle no-profit e le cooperative vere”.

Il governo Prodi aveva provato a riformare il sistema delle provvidenze, ma poi cosa è successo? La riforma Levi avrebbe migliorato la situazione dell’editoria italiana?

“La riforma preparata da Levi e approvata dal consiglio dei ministri nell’agosto del 2007, se ricordo bene, era stata già messa all’ordine del giorno della Commissione cultura della Camera, ma poi intervenne la crisi di governo. Era una riforma cauta, forse troppo, ma almeno introduceva criteri di risanamento e di disboscamento della giungla di trucchi, imbrogli e privilegi che si erano abbarbicati come sanguisughe sulle risorse del Dipartimento editoria di Palazzo Chigi. Sì, avrebbe avviato al miglioramento la situazione dell’editoria italiana, era un primo passo…”.

Qual è la soluzione migliore per sostenere l’informazione senza creare concentrazioni economiche ed editoriali e non rischiare di penalizzare le piccole testate?

“Ogni intervento pubblico nel mercato deve essere assai attento e sobrio, puntando non sulla quantità ma su obiettivi strategici di salvaguardia di interessi generali. A maggior ragione in un mercato assai delicato come quello della informazione, che si intreccia strettamente alla vita democratica di un paese sino ad identificarsi con essa. Lo Stato dovrebbe intervenire non certo per finanziare i grandi gruppi editoriali o le testate di Palazzo. Al contrario per sostenere e, in Italia, per promuovere le condizioni che consentano lo sviluppo dell’informazione di qualità, diffusa sul territorio e indipendente. Comunque i contributi debbono andare alle iniziative no-profit e alle cooperative professionali. E debbono essere a tempo, piuttosto che costituire – come è successo sinora, anche nei casi migliori – una rendita a vita che produce pigrizia e autoreferenzialità, scoraggiando la capacità di iniziativa e l’imperativo di sintonizzarsi con i cittadini, con i loro bisogni, le loro aspettative e con i loro diritti. A cominciare dal diritto ad essere informati, ben più rilevante, dal punto di vista sociale e democratico, della cosiddetta libertà d’informazione”.

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