di Danilo Coppe

Un caro amico mi ha regalato la fotocopia di una pagina tratta da un vecchio libro sulla cronaca di Parma. Nel breve testo uno storico, Giovanni Copertini, romanza elegantemente un gravissimo episodio risalente al 21 febbraio 1878. Il fatto che un episodio, come vedremo particolarmente drammatico, fosse posto in secondo piano rispetto ad una trama sentimentale non mi consentiva di valutare appieno l’esatta dimensione dell’evento. Unica testimonianza a corredo del racconto, la riproduzione sbiadita di un quadro di Enrico Sartori, nel quale è raffigurata la ricostruzione della scena. L’evento ha riguardato l’esplosione di una carica di Dinamite nello Stradone di Parma (viale Martiri della Libertà), durante un tentativo di abbattere un gigantesco ippocastano. Ovviamente, per me, la notizia ha suscitato profondo interesse, sia perché mi interessa ogni cosa legata alla Dinamite, sia per la passione di risolvere gli incidenti che coinvolgano le materie esplodenti.

Per prima cosa ho cercato il quadro raffigurato nel vecchio racconto che, da una didascalia, risultava essere di “tal” Arturo Scotti. Una ricerca su Internet mi ha fatto poi scoprire che un personaggio con quel nome fu, in anni imprecisati, presidente del Rotary di Parma. Un’indagine fra qualche amico del club mi ha reso edotto che si trattava di una presidenza del passato relativamente remoto. Alla fine sono riuscito, non senza qualche difficoltà, a rintracciare il figlio di Arturo, che gentilissimamente mi ha permesso di fotografare l’opera, invero più piccola di quanto mi aspettassi, ed aggiungere il particolare saputo dal padre, ossia che Enrico Sartori fu testimone temporale dell’evento e lo immortalò con l’arte pittorica.

Quindi l’evento ci fu realmente anche se, interrogando qualche “dotto” locale, nessuno ricordava nulla.

La Gazzetta di Parma mi ha cortesemente consentito di consultare i microfilms dei giornali dell’epoca e quindi, finalmente, ho potuto dimensionare realmente l’episodio e le probabili cause.

Dal 22 febbraio 1878 e per almeno sette-otto giorni dopo, il quotidiano ha raccontato dell’evento e delle successive conseguenze che “immersero la cittadinanza nella più profonda costernazione”.

In pratica un certo Tenente Vittorio Bonsignore del 7° Cavalleria Milano, ha richiesto al Comune il permesso di sperimentare l’efficacia della Dinamite (brevettata ufficialmente nel 1867), con l’abbattimento di un albero lungo lo Stradone. Il Municipio assegnò al militare la pianta, senza specificare come e quando la stessa dovesse essere abbattuta. Ma un giovedì seguente l’ufficiale si presentò alla porta del “sovraintendente municipale per lo Stradone”, tal Signor Bocchialini, chiedendo che gli fosse permesso di entrare nel suo alloggio per scongelare la Dinamite che, date le temperature ben al di sotto dello 0, si era, come di consueto, cristallizzata. Al (giusto) diniego del Bocchialini di effettuare tale incomprensibile pratica a casa sua, l’ufficiale aveva ripiegato facendosi prestare una padella per realizzare lui stesso, all’esterno, la delicata pratica. Per tutte le operazioni l’ufficiale era coadiuvato da un furiere di nome Giuseppe Nicolotto più qualche altro soldato. Diverse testimonianze concordano nel dire che il furiere cercò di dissuadere il Tenente da tale pratica, profetizzando un probabile disastro. Ma l’ufficiale, ormai smanioso di apparire, vista la folla di curiosi che ormai si era creata, proseguì nella maldestra opera di scongelamento, fino alla detonazione accidentale. Poco prima dell’incidente (o subito dopo) era già iniziato il tradizionale, e molto italico, rimpallo di responsabilità, fra il Municipio, l’Esercito e la Questura su chi dovesse gestire l’operazione.

Fatto sta che l’incidente provocò un vero pandemonio, con la diffusione, intorno alla “fossa”, di frattaglie umane, arti, vestiti insanguinati, mentre“…altri si sbandavano, fuggendo per varie direzioni, e tutti emettendo urli, lagni, grida da destar raccapriccio”.

Il bilancio quasi definitivo, dopo tre giorni, fu di ben 8 morti ed un’ottantina di feriti più o meno gravi. La Gazzetta di Parma, contrariamente alla moda di oggi di tutti i massmedia, raccomandava il riserbo assoluto sulle cause della tragedia, rimandando ogni considerazione alla fine delle inchieste ufficiali (sic!). Succedesse oggi, ad epicentro ancora fumante, ci sarebbero edizioni speciali dei Tg e puntate a catena di Matrix e Porta a Porta, con le interviste ad esperti, chiromanti, criminologi, frenologi ad ipotizzare, con plastici o senza, i responsabili dello scoppio.

Di certo ci fu una immediata donazione del Governo nazionale di 300 lire da destinarsi alle prime emergenze. Poi fu sottoscritta una raccolta di fondi per le vittime, censita proprio dalla Gazzetta di Parma, che arrivò a fruttare, dopo una settimana, ben 2.668 lire.

L’inchiesta successiva confermò l’irresponsabile e negligente comportamento del Tenente Bonsignore che, essendo morto, chiuse la vicenda e la sua vita in modo inglorioso.

In effetti la Dinamite era nitroglicerina stabilizzata dal cotone. Esposta a lungo alle basse temperature tendeva a congelare, ricristallizzando, fuori dal cotone, la nitroglicerina allo stato puro. A quel punto, qualunque sollecitazione meccanica o termica poteva determinare la prematura detonazione.

Nell’illustrazione, l’immagine riprodotta del quadro di Sartori,  concesso gentilmente da Eugenio Scotti.

Un particolare ringraziamento alla Gazzetta di Parma.

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