Published On: Mer, Feb 9th, 2011

SICUREZZA – L’imputabilità dei minori nel Codice Penale italiano

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Della Dott.ssa Cristina Pomponi, Criminologa

Era la notte tra il 10 e l’11 agosto 2009 quando Antonio De Meo, 23enne di Castel di Lama (Ascoli Piceno), veniva aggredito e letteralmente massacrato di botte da tre minorenni appartenenti all’etnia rom. La “colpa” del giovane sarebbe stata quello di chiedere informazioni sulla sua bicicletta, parcheggiata vicino al furgone di un “paninaro” e sparita al suo ritorno. Il caso è tornato alla ribalta in giorni recenti, poiché a due dei tre assassini è stato concesso, per un mese, di far ritorno alle loro case per trascorrere delle serene feste natalizie. Il terzo, invece, non ha subito e mai subirà alcun processo e alcuna condanna, in quanto minore di 14 anni e, ex articolo 97 del nostro Codice Penale, non imputabile.

La questione dell’imputabilità dei minori è oggetto di controversie e discussioni da decenni – anzi, da oltre un secolo. Infatti, la normativa è cambiato più volte sia in Italia che nel resto del mondo. Nel nostro Paese, a vedere le statistiche, abbiamo avuto, negli anni, un calo della delinquenza minorile. È altresì vero che vi sia stata anche un’escalation della gravità dei reati perpetrati dai minori.Ad esempio, un fenomeno che ormai tutti conoscono, il bullismo, è stato riconosciuto e codificato solo in tempi piuttosto recenti, ma ciò non toglie che sia sempre esistito (checché ne dicano i mass media, che lo hanno scoperto solo da poco e di cui riferiscono ad “ondate”, in relazione all’audience che vicende di questo tipo possono apportare).

Insomma, siam ben lungi da poter considerare il dibattito chiuso. Questo perché l’imputabilità si ricollega ad un concetto difficilmente interpretabile ed assolutizzabile, ovvero la maturità. Tutti conveniamo sul fatto che “i tempi siano cambiati” e, tanto per fare un po’ di qualunquismo, i ragazzi di oggi siano più “avanti” rispetto a quelli di una volta. Io stessa, che ho ancora un po’ di tempo prima di avvicinarmi ai trent’anni, mi sento una matusalemme se guardo agli adolescenti di oggi. Può risultare quindi interessante vedere come si è evoluto il concetto di imputabilità dalla fine del 1800 ad oggi.

Nel 1889 entrava in vigore il Codice Zanardelli bis. Esso prevedeva come limite di non imputabilità l’età di anni 9, collegandola al concetto di discernimento. Ovvero, il minore doveva essere capace di discernere il lecito dall’illecito, e al di sotto di questa soglia di età si considerava impossibile che il bambino potesse possedere questa capacità. Dai 9 ai 14 anni di età, questa capacità andava accertata caso per caso. Oltre i 14 si dava infine per scontata, pur prevedendo eventuali sconti di pena.

Nel 1930 il Ministro Rocco mandò in pensione il Codice Zanardelli, introducendo, a livello di imputabilità e non solo, quegli stessi principi su cui si base il nostro attuale Codice Penale, il Vassallo del 1988. Rocco sostenne che è intorno al diciottesimo anno di età termini (o quasi) il periodo più dinamicamente formativo della personalità (cd. età evolutiva) e si apra la stagione della maturità. Egli stesso scrisse che è “indiscutibile che la maturità psichica è raggiunta al diciottesimo anno così da apparire ingiustificata ogni riduzione di imputabilità per i maggiori degli anni diciotto e minori degli anni ventuno” (ricordiamo che, fino al 1975, la maggiore età civile si raggiungeva al compimento dei 21 anni). Da qui l’elaborazione dell’art. 97 del Codice Penale, che pone una presunzione assoluta di non imputabilità che prescinde dall’effettivo riscontro della capacità di intendere e di volere e che quindi non può essere superata neanche se il minore infraquattordicenne si presenta, di fatto, perfettamente capace. Invece, in presenza di minori di età compresa tra i 14 e i 18 anni, l’art. 98 del nostro Codice Penale prevede che il giudice accerti, caso per caso, la capacità di intendere e di volere e, di conseguenza, l’imputabilità del soggetto. Come detto sopra, la capacità di intendere e di volere del minore fra i quattordici e i diciotto anni viene solitamente individuata nel concetto di maturità . Si tratta di un concetto molto vago e, per questo, anche molto controverso. Il termine immaturità non risulta da nessuna disposizione legislativa, in quanto frutto della elaborazione giurisprudenziale. Allo stato attuale, alcuni autorevoli studiosi hanno segnalato la necessità di elevare il limite della incapacità penale presunta dai quattordici anni attuali ai sedici o ai diciotto (con esclusione di ogni procedimento penale per gli autori di reato di età inferiore), e portare la maggiore età penale al ventunesimo o venticinquesimo anno di età. Ma altrettanto autorevoli pareri la pensano esattamente all’apposto e, basando le loro conclusioni sulle acquisizioni della moderna pedagogia, evidenziano la valenza del principio di responsabilizzazione individuale, sottolineando il valore formativo della punizione (non necessariamente carceraria) ed infine puntando l’attenzione sui problemi che può causare una progressiva deresponsabilizzazione dei minori. In breve, hanno suggerito di presupporre sempre, in linea di principio, la capacità di intendere e di volere nel minore, lasciando (come per l’adulto) a situazioni psicopatologiche l’efficacia di escluderla.

È fuor di dubbio che il tema sia scottante, e che il dibattito sia inficiato anche dallo spirito giustizialista e forcaiolo che, bene o male, in ognuno di noi insorge nel momento in cui assistiamo a crimini efferati e, addirittura, dettati da futilissimi ed abbietti motivi. Tuttavia, essendo io provocatrice e politicamente scorretta, inviterei gli eminenti studiosi a sentire il parere di persone come la mamma di Antonio De Meo, che mai più nella vita potrà godere della compagnia del figlio. Neppure a Natale.

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