di Marcello Frigeri

Secondo Locke il tiranno è colui che non persegue il bene pubblico ma usa il potere conferito dal popolo a proprio vantaggio privato: viviamo in una tirannia?
Secondo la definizione di Locke sicuramente sì. Il Presidente del Consiglio fa esattamente questo. È una tirannia che naturalmente non ha le forme della tirannia classica, alla Gheddafi. È una tirannia che utilizza i media, il potere del denaro e la prepotenza.
Comprando anche deputati.
Comprando quella che dovrebbe essere la democrazia.
Giuliano Ferrara, che si dice un liberale, parlando del caso Ruby, accusa l’Italia di essere una nazione troppo puritana.
Nei miei articoli non ho mai denunciato Berlusconi per i casi D’Addario e Ruby. Penso che la vita privata di Berlusconi, come quella di ogni cittadino, se non si concreta in reati, non dovrebbe entrare in un dibattito pubblico. Il fatto è che Ferrara confonde le carte, perché anzitutto Berlusconi è accusato di concussione: ha fatto una telefonata alla questura chiedendo che la sorte della persona, che in quel momento veniva interrogata, fosse di un certo tipo anziché di un altro: questa si chiama concussione, reato dai 4 ai 12 anni, molto più grave della prostituzione minorile. È un reato dove non c’è intercettazione: la prova è la telefonata stessa del premier, che d’altra parte non ha mai smentito. Siccome la sinistra è cretina ha puntato tutto su questa faccenda puriginosa della ragazza.
Successivamente al Rubygate la maggioranza ha riproposto l’immunità parlamentare, archiviata dopo Tangentopoli, ed è tornata a parlare del processo breve.
L’immunità parlamentare fu introdotta dai nostri padri costituenti, ma all’epoca avevano una mentalità di tipo ottocentesco: si rifacevano ad epoche in cui la classe politica era tutt’altra cosa. Ai primi del Novecento, per esempio, un ministro della destra storica si suicidò perché accusato di aver portato via un po’ di cancelleria dal suo ufficio. La nostra classe dirigente, evidentemente, è di tutt’altro tipo, e l’immunità parlamentare assume dunque tutto un altro significato. Io credo che se la reintroducessero ci sarebbero gli estremi per fare una rivolta alla tunisina.
A proposito di rivolta: L’Italia è tra i paesi più corrotti d’Europa; è l’unica nazione al mondo ad avere 4 mafie che fanno patti con lo Stato; la disoccupazione giovanile è in aumento e i salari sono bassi: abbiamo anche noi necessità scendere in piazza com’è accaduto in Tunisia?
Voglio ricordare che la miccia che ha fatto esplodere la rivolta in Tunisia è stata causata da un giovane ingegnere costretto a lavorare come venditore ambulante; quando poi gli è stata tolta pure la bancarella durante l’esercizio del suo mestiere si è dato fuoco. E poi è successo quello che è successo. L’italia in questo caso è un esempio clamoroso. Disoccupazione giovanile: noi abbiamo il 29% di giovani disoccupati, e un’altra percentuale di laureati che trovano lavori al di sotto del loro titolo di studio. Viviamo in quest’Italia rovinata dalla disoccupazione in cui la classe dirigente, in realtà una oligarchia, così io la deinfisco, piazza i proprio figli in posti sicuri di potere e ben remunerati. Ecco: questo è sufficiente per innescare una rivolta. Non armata, ma come in Tunisia, cioè un po’ violenta, per ribaltare una finta democrazia.
Viviamo in una finta democrazia?
Le democrazie sono statisticamente e storicamente i regimi più corrotti del mondo. E si capisce perché: dovendo procurarsi il consenso, sono spinte a farlo drenando illecitamente denaro pubblico e attraverso il clientelismo, pratica che noi tutti conosciamo benissimo.
Lei dice: meglio una democrazia diretta, e non una democrazia come la nostra, cioè rappresentativa.
Non c’è dubbio. Il problema, però, nasce dal fatto che in comunità molto allargate, come gli Stati, la democrazia diretta non è possibile. La democrazia rappresentativa diventa una truffa nel momento in cui non si parla più di governi nazionali, ma di governi mondiali: le decisioni vengono prese lontanissimo dalle nostre possibilità di controllo. La democrazia, quella vera, c’era quando ancora non si chiamava democrazia. Era quella della comunità del villaggio dove i capifamiglia, uomini ma anche donne se il marito moriva o era assente, decidevano tutto ciò che riguardava la vita del villaggio.
Il federalismo può essere visto come un riavvicinamento al localismo?
Molto difficilmente; il federalismo proposto dalla Lega è totalmente privo di senso. Il primo federalismo, della prima Lega, quello cioè delle macroregioni, mi sembrava molto più intelligente. Nella prospettiva di una Europa economicamente unita è ovvio che i punti di riferimento non saranno più i singoli stati ma le macroregioni, magari anche al di là di ogni confine nazionale.
Torniamo alla politica italiana: la parentesi di Berlusconi sta volgendo al termine. Il futuro della nostra politica che futuro sarà?
Dal punto di vista strutturale non cambia molto. Quello che accadrà è che si elimineranno tutti i difetti di Berlusconi, dall’attacco alle istituzioni, dal sentirsi al di sopra delle leggi, all’utilizzo del Parlamento a proprio uso e consumo. In un certo senso Berlusconi è interessante per far scoprire in modo palese quali sono i trucchi della democrazia. Gli altri paesi mantengono almeno una sostanza democratica, in Italia invece è sparita anche la forma.
Lei è favorevole all’autodeterminazione dei popoli: ciò che succede in uno Stato è affare di quello Stato. La Libia è in rivolta, stiamo a guardare?
Questo non autorizza nessuno a intervenire militarmente. Per quanto riguarda la Libia, a decidere il vincitore sarà il sacrosanto verdetto del campo di battaglia, non certo gli americani, anche perché in questo modo si mette il cappello alle rivolte popolari. L’altra opzione, invece, è dichiarare guerra. Almeno, allora, bisogna essere chiari in questo, e non mascherare le guerre con interventi umanitari come è successo in Afghanistan, che peraltro è l’esempio più clamoroso: mentre gli americani vogliono imporre il modello occidentale con la forza, le donne e gli uomini afghani pretendono invece un’altra cosa, e cioè che gli stranieri se ne vadano dal loro territorio.
In Occidente si teme la conquista della Libia da parte del Fondamentalismo islamico, dunque a detta dell’Ue e degli Usa una nuova Afghanistan ed una nuova Iraq a 300 chilometri dall’Europa. Una giustificazione per l’utilizzo delle armi o una minaccia seria?
Prendiamo l’esempio dell’Afghanistan. Il talebanismo, infatti, non aveva nessuna volontà di espansione. Più noi, però, premiamo economicamente ed ideologicamente affinché questi paesi si occidentalizzino, più questi si radicalizzano.  Se la Cirenaica si islamizzasse, che diritto abbiamo noi di intervenire? Credo che tutti abbiano il diritto di essere islamici, se è questo che si vuole essere.
Non la sente una minaccia?
Non è una minaccia nella misura in cui noi non la facciamo diventare tale: continuando a rompere i coglioni all’Islam la minaccia la creiamo noi.
Tornando all’Afghanistan: oggi piangiamo i militari uccisi, ma i civili morti sono più di 60 mila, il 40% dei ricoverati in ospedale sono bambini, che non sono diversi dai nostri. È chiaro che se questo è il prezzo da pagare per guerre del genere, alimentiamo legittimamente sentimenti antioccidentali.

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