Published On: Lun, Mar 28th, 2011

ATTUALITA’ – La Guerra è la Pace?

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di Marco Mirabile

Le notizie e le immagini che ci arrivano dalla Libia turbano l’intera comunità internazionale. L’idea delle bombe umanitarie e della guerra etica è sconvolgente. Eppure certe guerre sono giuste, come quelle che permettono di difendersi contro l’aggressione o di impedire il massacro di milioni di uomini. Ma nessuna guerra è misericordiosa, neppure quella giusta, e solo un’opinione pubblica particolarmente docile o desiderosa di blandire la propria buona coscienza può accettare che, da uno dei belligeranti possano essere accettati i cosiddetti “danni collaterali”. Sarkozy, Cameron, Obama e Berlusconi non sono sul posto per spiegare ai civili libici che devono sentirsi felici di essere colpiti da bombe umanitarie e non da bombe aggressive. Tutte le guerre sono crudeli e provocano la morte e la sofferenza di innocenti: non si ha diritto di ignorarlo, e ancora meno di trarne orgoglio.
Perché è difficile farsi un’idea di quello che avviene oggi in Libia? Perché una guerra è più giusta di un’altra? Perché la storia è complessa, e ricca di esempi che non permettono una visione univoca: per quelli che pensano allo sbarco del 1944 l’intervento in Libia è necessariamente buono; per quelli che pensano allo sterminio degli indiani sul continente americano o alle guerre di Vietnam e Iraq l’intervento è una subdola ingerenza. Eppure siamo tenuti a credere che esista una giustizia internazionale: l’intervento militare in un paese straniero, nell’interesse della sovranità nazionale, può giustificarsi in un caso estremo (il genocidio) a condizione che non rischi di produrre più vittime di quante ne risparmi. Il diritto infatti esiste prima delle leggi, e le leggi interpretano e codificano un sentimento del giusto e dell’ingiusto, comune a tutti gli uomini: non vogliamo credere che ciò che è vero di qua dal Mediterraneo diventi errore di là. «Dire che non c’è niente di giusto né di ingiusto di ciò che ordinano o difendono le leggi positive, vuole dire che prima che sia stato tracciato un cerchio, non tutti i raggi erano uguali» scrive Montesquieu.
Questa giustizia – naturale, universale, assoluta – è l’aspirazione delle istituzioni legali internazionali (ONU), istituzioni che sfuggono alle costrizioni imposte dalle tradizioni di ogni paese. E l’esempio più celebre è il tribunale di Norimberga: anche se non incarna alla perfezione questa giustizia internazionale, mostra che è possibile trascendere le frontiere dei paesi. I nazisti non trasgredirono le leggi del loro paese ma tuttavia erano criminali agli occhi di tutti. L’ONU e la Corte internazionale di giustizia diventano perciò una possibile incarnazione del diritto universale. La giustizia internazionale soddisfa quindi un’aspirazione profonda, e la sua esistenza è ovviamente problematica in rapporto a ogni politica nazionale. Un capo di stato trae la propria legittimità dalla volontà popolare che lo ha portato al potere: cercare di rafforzare il proprio paese è comunque suo dovere, e se le scelte intraprese appaiono criminali agli occhi della giustizia internazionale allora la questione si fa complessa. Questa giustizia deve guardarsi da ogni tentazione utopistica, e deve intervenire evitando il rimprovero di parzialità e strumentalizzazioni. Non è facile. Come non è facile stabilire se sia più valido il principio di Autodeterminazione dei popoli sancito dagli accordi di Helsinki nel 1975 o la Dichiarazione universale dei diritti umani promossa dalle Nazioni Unite nel 1948.
Stupisce tuttavia la fermezza con cui il presidente Napolitano conduce la delicata iniziativa di politica estera (l’unica): «Inutile ripetere cose che tutti dovrebbero sapere: la Carta delle Nazioni Unite prevede un capitolo, il settimo, il quale nell’interesse della pace, in tredici articoli, dal 39 al 51, chiarisce come siano da autorizzare anche azioni militari, con l’obiettivo di reprimere le violazioni della pace. Questo è uno degli impegni sottoscritto dai 51 paesi membri che hanno firmato quella Carta. E che ora si trovano a dover fronteggiare con le armi un massacro senza precedenti, dopo che Gheddafi non ha mostrato alcuna disponibilità a una soluzione della vicenda senza spargimento di sangue». Per questo motivo l’intervento militare in Libia deve rimanere entro i limiti imposti dalla risoluzione 1973 dell’ONU, nell’equilibrio tra autodeterminazione del popolo e difesa dei diritti umani universali.

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