Published On: Mer, Mar 16th, 2011

ATTUALITA’ – Una Parma antidemocratica minaccia Battei

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di Marcello Frigeri

Venerdì scorso la libreria Battei avrebbe dovuto presentare in via Cavour il libro di Domenico di Tullio “Nessun dolore. Una storia di CasaPound” ma, a detta dello stesso Battei, nei giorni precedenti all’evento, oltre a telefonate di clienti rammaricati per lo spazio concesso ai neofascisti (del tutto lecito), la libreria ha ricevuto minacce e “messaggi intimidatori” di personaggi anonimi che avrebbero impedito “in qualunque modo” lo svolgimento dell’incontro. Appare chiaro che le parole “in qualunque modo” non possono essere valutate, come gli antifascisti improvvisati vogliono far credere, un “diritto al dissenso”, bensì una ovvia minaccia, poiché “in qualunque modo” sta a significare “con qualsiasi mezzo, anche non lecito”. Come la violenza. Non concedere la libertà d’espressione a CasaPound è ciò che più di antidemocratico possa esistere, e spiegherò perché.
Anzitutto il reato di cui si accusa fino alla nausea i neofascisti di CasaPound, senza però motivarlo, è l’apologia di fascismo. Per chi non lo sapesse non basta essere fascisti per infrangere tale reato. Tuttavia, anziché utilizzare la legge Scelba come vessillo della propria verità: “tu non puoi parlare perché commetti il reato di apologia”, basterebbe denunciare alla Procura i casapoundini, sarà poi la giustizia a perseguirli. Allo stesso tempo i neofascisti dovrebbero, tutte le volte che capita, querelare per calunnia chi li accusa di apologia di fascismo: in questo modo sarà la giustizia a decidere chi ha ragione e chi torto. Ma andiamo oltre, e ammettiamo anche per un attimo che CasaPound infranga la legge Scelba. A questo punto si dirà: “impedire la presentazione di un loro libro significa difendersi da un reato”. Può essere vero. Ciò che non si tollera, però, è che in nessuna società la difesa di un reato può avvenire per mezzo di un altro reato, come la minaccia. Se così fosse chiunque avrebbe il diritto di difendersi al di fuori della legge, senza ricorrere al potere della Magistratura. In questo caso varrebbe soltanto la legge del più forte sul più debole. Fermo restando che prendiamo per buone le parole di Battei, in un mondo senza leggi, infatti, come avrebbe potuto difendersi un venditore di libri di fronte all’intimidazione, se non annullare la programmazione del libro? Si dirà, poi: “CasaPound, essendo una realtà fascista, non ha il diritto di esprimere la sua opinione: non si può essere democratici con chi in passato non lo è mai stato”. Rispondo semplicemente: il prezzo che la democrazia paga a se stessa è che tutte le idee devono essere accettate, anche quelle che si ritengono ideologicamente più ripugnanti. Come possiamo, infatti, essere democratici con chi ci pare a noi e a tutti gli altri imporre il silenzio? Se si sceglie la via della democrazia, deve essere utilizzata con tutti e nessuno escluso. Ipotizziamo, poi, che tutte le idee sin qui esposte da CasaPound siano sbagliate, assurde, illogiche e pure aberranti. A questo punto si dirà: “come possiamo dare libertà d’espressione a chi è in errore e racconta fesserie?”.  Due considerazioni in merito: anzitutto privare della libertà d’espressione qualsiasi minoranza perché certi della nostra verità, come direbbe Stuart Mill, “è come pretendere che noi stessi, e chi la pensa come noi, siamo i giudici della certezza, e giudici che non ascoltano la controparte”; in secondo luogo l’imposizione al silenzio di una minoranza perché “quelli sono fascisti e dunque nel torto”, non reca danno solo a chi vuole esprimere tale idea e a chi la condivide, ma anche a chi, sebbene non d’accordo con quest’ultima, ha comunque il diritto di poterla stare a sentire, e questa azione è un male anche se chi la compie è convinto di perseguire il bene.
A maggior ragione se l’opinione risulta sbagliata: si priverebbe la società di un grande vantaggio, e cioè dimostrare, attraverso il dibattito, la verità in contrasto con l’errore. Infine, per dirla come Mill, dobbiamo ben guardarci dal principio dell’imposizione al silenzio di una opinione: “dire infatti che abbiamo il diritto di tacitare gli altri perché siamo nel giusto e che gli altri non hanno un diritto analogo perché nel torto, se capovolgessimo le parti, sarebbe per noi una grave ingiustizia”.

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