di Sara Terenziani

Cuba, Bosnia-Erzegovina e Iraq. Chi pensava che sarebbero state pagine tristi della nostra storia si è sbagliato. E alla grande. Purtroppo. L’Onu nella notte di venerdì 18 marzo ha votato la No Fly Zone sulla Libia. Una scelta arrivata dopo circa un mese dalle prime sommosse popolari che vogliono destituire Muammar Gheddafi. Qualcuno accusa sia tardi per intervenire e qualcuno sostiene che la questione riguarda solo la Libia. In questi casi l’opinione pubblica si spacca. Ognuno si fa carico della propria ideologia. E’ giusto così. Ingiusta invece è l’indecisione della politica. La No Fly Zone è stata proclamata senza definire chi comanda e cosa si voglia fare. In prima linea c’è la Francia che più di tutti ha spinto per la risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza, che istituisce la no-fly zone e autorizza a colpire obiettivi a terra. I francesi sono stati seguiti a ruota dall’Inghiterra e dagli Stati Uniti. L’Italia ha dovuto prestare le sue basi militari ma ora si scontra con la Francia che, a detta del Ministro degli Esteri Franco Frattini, sta dando un’interpretazione piuttosto larga del mandato della Risoluzione 1973 con attacchi decisi senza un comando comune e senza coordinarsi con gli altri partner della coalizione. E così l’Italia chiama a gran voce l’intervento della Nato  che fino ad ora ha avuto un ruolo limitato ad un controllo dello spazio aereo.  La Turchia, membro dell’alleanza, si è espressa a lungo negativamente contro qualsiasi intervento nel paese nord-africano. La Norvegia nel dubbio ha sospeso la sua partecipazione alle operazioni militari in Libia finché non sarà chiarita la questione del comando. Forse prima di intervenire sarebbe stato bene chiarirsi le idee. Risultato finale: Tripoli è sotto assedio e Gheddafi usa i civili come scudi umani. Da un lato certe Nazioni che giocano con il destino della Libia spinti anche da interessi propri, e dall’altro un dittatore che sotto gli occhi “ciechi” del resto del mondo ha fatto e disfatto del suo popolo come meglio credeva.
Da che parte è meglio stare? Una sola risposta è possibile: la popolazione Libica. Ma il dubbio sorge: la guerra è davvero l’unico modo per poterli aiutare? Nel frattempo l’Italia, oltre a dover far i conti con la propria responsabilità sociale, deve fare i conti anche con sé stessa. Mentre il presidente Sarkozy, dopo le sommosse libiche, ha colto l’occasione per mettere le mani sulle ricchezze petrolifere della Libia, l’Italia né subirà le conseguenze sul fronte economico per quanto riguarda sia i  rifornimenti energetici sia l’attività produttiva delle tante aziende che hanno aperto una sede in Libia. Senza contare poi che il nostro paese ha il tratto di costa più vicino al paese africano, una sorta di visione paradisiaca per gli sfollati pronti a fuggire dalla guerra. A questo punto i giochi politici si fanno decisivi e urge una presa di posizione definitiva.  La pace del resto non si ottiene con le bandiere ma con un’intento unitario e nell’interesse di tutti.

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