dott.ssa Cristina Pomponi

“We ship worldwide – except to Italy”. “Spediamo in tutto il mondo – ad eccezione dell’Italia”. Chiunque di voi abbia mai acquistato on line al di fuori del nostro Paese si sarà imbattuto in questa dicitura. Infatti, sono sempre più le persone che decidono di acquistare dei beni presso venditori esteri, e per i più svariati motivi: reperibilità di prodotti introvabili in Italia o prezzi estremamente più bassi rispetto ai nostri. Ma, allo stesso modo, sono sempre di più i venditori esteri che si rifiutano di spedire nel nostro Bel Paese. E a ragion veduta. Perché, una volta che i pacchi entrano in Italia, vengono persi (alcuni per sempre) in una specie di buco spazio-temportale.
Ma cos’è che rende il nostro servizio postale e la nostra dogana peggiori (agli occhi del mondo intero) di quelli del Congo, del Burundi o della Burkina Faso, tanto da indurli ad escludere noi – e solo noi – dalla lista dei possibili clienti? Come detto sopra: tempi biblici per la ricezione della posta e dei pacchi ed altissima percentuale di “smarrimento” degli stessi. Il che, per un venditore che si trova di fronte un acquirente infuriato e smanioso di ricevere la merce, significa grosse perdite in termini di tempo, denaro e di cattiva reputazione. Infatti, un cliente che non riceve la merce può bloccare il pagamento e richiedere i soldi indietro attraverso delle procedure di protezione (controversie o chargeback, a seconda del metodo di pagamento usato) e lasciare un cattivo feedback (ovvero un giudizio sull’operato del venditore) che va a rovinarne la reputazione. Il venditore, dunque, ci rimette soldi, merce e la faccia. Da qui il blocco delle compravendite agli italiani. Personalmente, pur ricevendo ben pochi plichi e lettere, ho subìto diversi disguidi: ho atteso mesi e mesi per dei piccoli pacchi provenienti dagli Stati Uniti, andando incontro, in un paio di casi, allo “smarrimento” ad perpetuum degli stessi. Se si rimane nei patri confini non va meglio: potrei narrarvi della volta in cui ho dovuto attendere 40 giorni perché una raccomandata percorresse i 120 km che separano Milano (luogo di spedizione) da Parma, o delle numerose volte in cui delle raccomandate sono tornate al mittente per compiuta giacenza, visto che nessun postino si era premurato di lasciare il talloncino giallo per il ritiro o avvisarmi in qualsiasi altra maniera. I malfunzionamenti della dogana di Milano Roserio, presso cui transitano la maggior parte dei plichi provenienti dall’estero, poi, sono ampiamente documentati. Vi invito a digitare su Google e potrete trovare migliaia di pagine di utenti che lamentano i più svariati problemi. Emblematica una discussione in un forum che titola: “Milano Roserio: lasciate ogni speranza o voi che entrate.”. Non che un altro centro di smistamento, Lonate Pozzolo (provincia di Varese), goda di migliore fama, tanto da essersi meritato il soprannome di “Dogana delle Nebbie”. Il sospetto che qualche dipendente (doganale o postale) abbia le mani lunghe permea praticamente ogni discussione sull’argomento. Come si suol dire: a pensar male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca. Esistono addirittura diverse petizioni, organizzate da utenti sempre più inferociti, e mirate all’ottenimento di un servizio migliore. Ma non solo: qualche anno fa Striscia la Notizia effettuò un particolareggiato servizio in cui dimostrava che tonnellate di corrispondenza lasciavano il centro di Roserio non per raggiungere ai legittimi destinatari ma… Il macero. Un modo senz’altro veloce di smaltire il lavoro arretrato. Da utente finale, sono in spasmodica attesa dei risultati delle indagini svolte dalle autorità competenti sull’avvenimento, dato che ci troviamo di fronte ad almeno un reato penale (sottrazione e distruzione di corrispondenza, art. 616 c.p.). Quando, poi, il pacco giunge a destinazione, spesso e volentieri è troppo tardi. Non è raro attendere sei o sette mesi (a fronte delle due-tre settimane scarse del resto del mondo, civilizzato o meno), quando magari l’oggetto non serve più o è stato già acquistato in modo “tradizionale”. Sollecitare la dogana non si può, perché se anche il plico è tracciabile è pressoché impossibile contattare, via mail, telefono o fax, gli uffici doganali. Provare per credere. Talvolta si viene contattati perché si deve pagare l’ispezione sanitaria della merce (magari perché avete acquistato una crema antirughe) e poi non si riesce ad inoltrare i documenti necessari alla procedura: emails respinte, fax non funzionante o perennemente occupato, telefono muto. Oppure il plico ripiomba nel nulla per mesi e mesi.
Insomma, un’ecatombe. Tutto ciò, oltre a farci fare una figura terribile in tutto il mondo (anche qui, non rare le discussioni in cui gli italiani vengono accusati di truffare!), fa sì che l’e-commerce (ovvero il commercio su Internet), che si sta guadagnando ampie fette di mercato, in Italia fatichi e non poco a prendere piede. Traducendosi in mostruosi disagi e perdite di denaro, oltre che per gli acquirenti, anche per quei commercianti italiani che volessero allargare i proprio orizzonti. D’altro canto, di fronte a questi leggendari problemi, chi mai potrebbe rischiare per comprare in Italia?
Comunque, se dopo questo excursus avete ancora voglia di acquistare on line, mi permetto di dare alcuni consigli veloci: portate pazienza, perché ora sapete cosa c’è dietro, e non certo un venditore truffaldino. Spendete un pelo di più ma scegliete spedizioni tracciabili; ciò non garantirà necessariamente meno problemi, ma almeno accorcerete i tempi. E, se siete credenti, pregate, pregate e ancora pregate.

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