di Sara Terenziani

Falso d’autore. E’ così che si potrebbe iniziare a chiamare il Made in Italy in tavola. Secondo Coldiretti il 33% della produzione complessiva dei prodotti agroalimentari venduti in Italia ed esportati deriva da materie prime agricole straniere, trasformate e vendute con il marchio del BelPaese. E’ quanto emerge da una analisi dell’associazione in merito al caso Parmalat. Un dato inquietante per chi è convinto di acquistare prodotti italiani al 100% sostenendo l’economia di casa nostra.
L’inquietudine non può che crescere quando si guarda ai numeri del fatturato. Il Made in Italy realizzato con prodotti agricoli stranieri è stimato pari a 51 miliardi. Sugli scaffali due prosciutti su tre venduti come italiani sono lavorati da maiali allevati all’estero. Guarda caso, nel momento in cui Parmalat rischia di diventare territorio francese, si scopre che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri senza indicazione in etichetta. E nel carrello della spesa non manca nemmeno un terzo della pasta ottenuta da grano coltivato all’estero all’insaputa dei consumatori.  Insomma il quadro dei beni di necessità è davvero un bel falso d’autore. Come al solito in Italia si fanno leggi e poi qualcuno dimentica di adottare i sistemi di controllo per farle  applicare.  Il 18 gennaio 2011 la commissione Agricoltura della Camera ha approvato la legge “Disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari”. In sintesi la legge obbliga tutte le aziende a indicare il paese di produzione. Mentre per i prodotti trasformati dovrebbero essere indicati il luogo dove è avvenuta l’ultima trasformazione sostanziale e il luogo di coltivazione o allevamento della materia prima agricola prevalente utilizzata. La nuova normativa prevede anche un’inasprimento dei controlli e delle misure sanzionatorie. Il cittadino dunque avrebbe dalla sua parte uno strumento utile per valutare il prodotto che sta acquistando.
Ma i dati di Coldiretti al momento  dipingono una situazione ancora poco chiara e una legislazione che forse non è stata del tutto recepita. Il problema non è differente fuori dall’Italia dove sono falsi tre prodotti alimentari di tipo italiano su quattro. Le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano sono le più copiate nel mondo con il Parmesan diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia fino al Giappone, ma in vendita c’è anche il Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesano in tutto il Sud America, ma anche Pamesello in Belgio o Parmezan in Romania.
Proprio come nell’arte, dilaga insomma la mania del falso d’autore. C’è da scommettere però che un qualunque italiano – dotato di buon gusto e buon fiuto – all’estero così come nella bottega sotto casa saprà sempre distinguere il prodotto originale. Anche ad un primo sguardo.

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