di Maria Teresa improta

DOMANDE: 1. Cosa succederebbe se la Parmalat venisse acquisita dai francesi?
2. Che importanza ha per l’economia locale che le aziende del territorio rimangano sul territorio?
3. Il Governo, l’amministrazione comunale e quella provinciale hanno fornito gli strumenti per competere con l’estero?
4. L’ingresso di capitali stranieri può giovare alle finanze locali e nazionali?
5. Quest’acquisizione è da intendere come un’acquisizione di liquidità o come un’opportunità persa?

RISPOSTE dell’Onorevole Motta

“1.    Se l’azienda francese Lactalis assumesse il controllo di Parmalat un primo rischio potrebbe essere che il colosso francese si ritroverebbe ad operare in Italia in un regime di quasi monopolio. I francesi puntano al marchio Parmalat anche per veicolare i loro prodotti. L’attenzione deve essere alta sull’intera filiera perché su Parmalat si concentrano una serie di interessi dell’industria agricola italiana e delle grandi cooperative del latte che temono di perdere un importante cliente nazionale. Anche per questo ci si preoccupa delle sorti di un’azienda che è rinata da uno dei peggiori fallimenti della storia. La procura di Milano intende fare chiarezza sulla scalata di Lactalis su Parmalat che ha portato alla conquista in Borsa del 28,97% del gruppo di Collecchio, evitando in questo modo l’obbligo di OPA.
2. Parmalat è oggi un’azienda sana, una delle poche aziende multinazionali italiana. È del tutto evidente che mantenere sul territorio un’azienda di questo tipo è importante per le sue ricadute sul piano occupazionale e su tutto l’indotto locale. Lactalis potrebbe essere interessata a creare business fuori dai nostri confini.
3. Le amministrazioni locali, in particolare l’amministrazione provinciale, hanno lavorato molto in questi anni di crisi per supportare le aziende: sono decine i tavoli di concertazione aperti in provincia per superare le difficoltà di tante aziende che rischiavano e rischiano la chiusura. La Regione Emilia-Romagna in molte situazioni ha garantito le risorse per gli ammortizzatori sociali ai tanti lavoratori che ne erano sprovvisti. La competitività a livello internazionale deve però avere politiche industriali nazionali che offrano strumenti alle imprese per competere. È compito del governo fare questo ed è purtroppo quello che manca al nostro paese. Nel caso Parmalat, ancora una volta, è mancata la capacità del governo e dei soggetti economico di fare sistema. Credo sia giunto il momento; se non ora quanto? I ritardi di questo governo per Parmalat, così come per l’intero sistema industriale, sono purtroppo molto significativi.
4. Se l ’economia, come è, è globalizzata, il problema non è l’ingresso di capitale straniero che si intende investire nel nostro sistema produttivo, ma chi guida questo processo e per quali finalità. Il “made in Italy” non può essere uno slogan. È necessario occuparsi delle condizioni in cui le imprese operano e dei problemi di competitività del sistema, accrescere la capitalizzazione delle imprese, predisporre una strategia di politica industriale che è ciò che manca all’economia italiana per difendere il “made in Italy”.
5. Il gruppo Parmalat ha 1 miliardo e 400 milioni di risorse. Una liquidità importante che crea appetiti. Non va dimenticato che dopo il crac l’azienda si è salvata grazie alla straordinaria condivisione di obiettivi e strategie da parte di chi aveva la responsabilità di guidare Parmalat e per la dedizione e attaccamento dei lavoratori che hanno sempre combattuto e creduto nella nuova Parmalat, un patrimonio consolidato del nostro territorio e del nostro paese che va tutelato”.

RISPOSTE dell’Onorevole Libè

1. Passando altrove, non vorrei che anche Parmalat passasse altrove. Parmalat è un marchio e lo si può portare ovunque e potrebbe anche non rimanere legato al territorio. Il problema è quindi tutelare non la guida di un’azienda, ma il mantenimento sul nostro territorio delle attività principali. Noi di questo non abbiamo nessuna garanzia. Non l’abbiamo su Parmalat, non l’abbiamo su altre grandi aziende. Sono molto preoccupato. Con il cuore dirò sempre che le imprese italiane dovrebbero essere di proprietà e guidate da persone italiane.
2.  È ovvio che è importante per il territorio. Ed il territorio deve mettere le aziende nelle condizioni di poter competere: dare le stesse opportunità e le stesse tutele che hanno le aziende di altri paesi. Se un francese per far funzionare le imprese spende in energia il 30-40% in meno, sicuramente sarà più competitivo sul prodotto e sul mercato internazionale. Un sistema, anche locale, deve mettere le aziende nella condizione di poter competere, il che vuol dire: meno burocrazia; più infrastrutture; agevolazioni sull’energia; più servizi non solo all’azienda, ma a tutto il personale dipendente.
3. No. L’amministrazione perché ha dei limiti, può lavorare solo in alcuni campi e devo dire che il Comune e la Provincia (non in tutto il territorio) di Parma hanno lavorato per dare quelle infrastrutture da un certo tipo di viabilità ad un certo tipo di servizi per sostenere le aziende locali, però il problema avviene oltre: il Governo non ha fatto la sua parte. Un esempio. Mesi fa la Suzuki doveva scegliere la piattaforma logistica per distribuire le proprie automobili in Austria. Il porto più vicino all’Austria è Trieste eppure la Suzuki ha scelto un porto del nord della Germania: circumnavigare l’Europa e attraversare la Germania per loro è più conveniente perché per sdoganare un’automobile da noi ci vogliono circa cinque giorni e in più non ci sono le strade di collegamento. Anche Parma ha bisogno di un sostegno forte per relazionarsi: aspettiamo da anni il collegamento Livorno-Civitavecchia che sarebbe un’apertura di flussi commerciali con Parma al centro; così come sarebbe strategico un potenziamento del porto di La Spezia.
4. Il problema non è l’ingresso di capitali stranieri, perché quando entrano capitali giovano. Il problema è chi guida, chi ha la responsabilità e quali impegni si prende. Per ora vediamo Lactalis che sta intervenendo con una scalata a Parmalat che è un’azienda che ha più capitali in cassa rispetto a quelli che dovrebbe tirar fuori l’azienda francese per comperarsela: un affare enorme. Ripeto il capitale giova, ma chi guida? Ho paura che non guideremo più, non noi parmigiani, ma noi italiani.
5. Un’opportunità persa soprattutto per imprenditori italiani come Ferrero, Granarolo, che inizialmente sembravano interessati alla Parmalat, che hanno ritenuto, legittimamente sia chiaro, di non impegnarsi più di tanto. I francesi hanno messo un impegno molto più forte ed il rischio che noi corriamo oggi è che la guida di Parmalat passi altrove”.


1 Comment

    no comment,solo vergognarvi papponi

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