Published On: Ven, Apr 1st, 2011

SICUREZZA – Chi ce l’ha più grosso? (Il coltello)

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di Danilo Coppe

Tanti Zerosette fa, esprimevo il mio parere sulle differenze culturali che ci separano dal mondo arabo. In diversi articoli, sposando oltretutto la tesi di Oriana Fallaci, sostenevo, come sostengo tutt’ora, l’idea che la cultura arabo-islamica non è incline a farsi influenzare dal “politicamente corretto”; non riconosce il dialogo basato sulla comprensione, sul concetto di “porgi l’altra guancia”, sul fatto che a tollerare ci si dimostra superiori. No. La loro cultura, priva dell’Illuminismo post medioevale, fa si che l’Islam moderato sia in effetti una minoranza. Il loro concetto base è che gli infedeli debbano essere convertiti all’Islam, con le buone o con le cattive. E’ il motivo per cui noi, in occidente, stiamo a discutere per eoni sul fatto di costruire questa o quella moschea o questo o quel minareto. Ma provate a proporre la costruzione di una chiesa cristiana nel Maghreb o nello Yemen o in qualcuno dei modernissimi Emirati Arabi. Vi rideranno sul muso. E’ il motivo per cui le guerre in casa loro, Iraq o Afghanistan, sono destinate ad essere “globalmente” perse. Era giusto, per me, dare due legnate dopo l’11 settembre 2001, poiché il talebanismo afghano copriva il terrorismo, mentre Saddam Hussein, oltre a gassare i Curdi, regalava 25.000 dollari (una fortuna) ad ogni martire della lotta contro l’Occidente. Ma dopo le suddette legnate era da andarsene, lasciando che i locali si trovassero un nuovo dittatore , confidando che fosse meno peggio del precedente. Sperare di portare la democrazia in quei posti è una gara persa in partenza. Nel DNA locale c’è ancora il culto dell’uomo forte, della guida. Non importa se manifesta atteggiamenti psicopatici come Ahmadinejad o come Gheddafi. L’importante è che abbia le idee chiare su come gestire il bastone e la carota. Meglio se più bastone.
La Libia perderà Gheddafi. Per un po’ ci sarà qualche regime di transizione. Ma poi salterà fuori qualche personaggio che, imbracciando la guerra santa, si insedierà sul trono locale, ripristinando il totalitarismo. Finché andrà bene alla quiete in Occidente, tutto bene; quando inizierà a infastidire qualche business, allora ci sarà un pretesto per rifare la voce grossa. Ovviamente solo con gli staterelli. Infatti alla Cina, nessuno si sognerebbe mai di bombardare qualcosa, nemmeno di fronte ai genocidi da essa perpetrati. Fra le varie nefandezze della Cina c’è anche l’inquinamento sistematico dell’aria e dell’acqua che, purtroppo, non resta confinato dalla Grande Muraglia. La Cina, a fronte dell’industrializzazione selvaggia, se ne fotte di aderire ai vari protocolli di Kyoto o di qualsiasi imposizione mondiale all’insegna dell’ecologia. I loro veleni arrivano anche a noi, incrementando le patologie legate all’inquinamento. Eppure si fa finta di niente. Facesse lo stesso, o anche molto meno, la Guinea Bissau, verrebbe rasa al suolo persino da quelli di Greenpeace.
A proposito della “neo-tribalità” del mondo arabo –islamico, un caro amico mi ha mandato una foto dallo Yemen. Si vede come, durante una discussione parlamentare, i dibattenti sfoggino un loro oggetto tradizionale: un coltello di grosse dimensioni. Sul fodero di questa lama sono impresse tutte le tradizioni famigliari del singolo casato, tanto da costituire un vero e proprio albero genealogico portatile. Un’anagrafe personale da sfoggiare per rivendicare titoli o importanza. Immaginate la stessa cosa a Montecitorio. Il solo fatto di entrare con un temperino costituirebbe una minaccia all’incolumità  dell’aula. Il coltello invece, in una cultura basata sulla “Legge del più forte”, non solo è necessario, ma conta anche la sua dimensione; un po’ come la tendenza a gareggiare su chi ha più attributi di tipo fallico. Bisogna entrare in questa mentalità per un efficace contrasto alle ingerenze fondamentaliste ed anche per risolvere il problema dell’immigrazione selvaggia. I bombardamenti vanno bene quando dal caos locale ci sono ripercussioni che arrivano sulle nostre terre. Ma devono essere considerate punizioni per l’azione cattiva. Non per esportare modelli comportamentali. Quando Gheddafi fu bombardato, nel 1986, dagli americani di Ronald Reagan, smise per vent’anni di rompere le balle con la palese e dichiarata copertura del terrorismo internazionale da parte della Libia. La morale è stata: fai il furfante? Eccoti la legnata. La lezione è stata capita e sono seguiti vent’anni di rapporti idilliaci. Questo è quello che deve fare l’Occidente.
In scala minore: se l’immigrato sgarra da noi, compiendo furti, rapine o stupri e viene punito col “foglio di via”, dopo essere magari ripulito, nutrito e rivestito, lo vedrà come atto di debolezza. Sbattuto a pulire i cessi delle carceri per un congruo numero di anni invece, potrebbe anche capire il significato di redenzione, di rispetto della terra che ospita, ecc. Una severa lezione non va vista come crudeltà o barbarie ma, semplicemente, come punizione commisurata alle capacità di comprensione del reo. Quando ho lavorato in Nord Africa ho riscontrato un rapporto paritario solo quando ho mostrato, metaforicamente, gli attributi. Dopo di che ho costruito rapporti franchi, sinceri, all’insegna del rispetto reciproco. E vi assicuro che a nessuno fregava un accidente di chi abbia dato origine al Creato.

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  1. Marco ha detto:

    L’extrema ratio degli occidentali, per la risoluzione di alcune delicate problematiche etiche e politiche di alcune realtà del mondo arabo, non deve mai mescolarsi alla banalizzazione della cultura araba, nè della nostra.
    Nell’incipit dell’articolo è contenuta una serie infinita di valutazioni sbagliate, di errori di analisi storica e di semplificazioni pericolose.

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