di Cristina Pomponi

Negli ultimi giorni è tornato alla ribalta un celeberrimo cold case italiano: quello del delitto dell’Olgiata, la cui vittima fu la nobildonna Alberica Filo della Torre.
Eravamo quasi giunti al secondo decennale dall’omicidio, avvenuto il 10 Luglio 1991, quando è stato individuato il colpevole: l’ex dipendente filippino Manuel Winston Reves, come nella migliore (o forse peggiore?) delle tradizioni giallistiche che vede come colpevole il maggiordomo.
Il delitto dell’Olgiata segue dunque la scia di del caso Claps o Cesaroni, anch’essi famosi cold cases, letteralmente “casi freddi”, cioè quei delitti rimasti a lungo irrisolti e senza svolte importanti nelle indagini. Svolte investigative spesso provenienti dall’applicazione di innovazioni e tecnologie scientifiche non disponibili all’epoca delle indagini effettuate “a caldo”. Nel caso in questione, lo stesso esame del DNA che nel 1991 scagionò il filippino, da subito sospettato del delitto (aveva sicuramente un movente, quello della vendetta per essere stato licenziato), lo ha poi inchiodato due decadi dopo, grazie all’individuazione di una nuova traccia ematica utilizzata per un confronto.
Ma la differenza sostanziale col delitto di Via Poma o di Elisa Claps è che Reves, dopo essere stato messo di fronte alle prove degli investigatori, ha confessato l’omicidio. E, soprattutto, ha rivelato di essere afflitto, da allora, da un prepotente e schiacciante senso di colpa.
Ora, la letteratura psico-criminologica tratta abbondantemente il concetto del “senso di colpa”. Secondo Freud alcuni delinquenti, attraverso il crimine, cercano inconsciamente una punizione come sollievo ad un intenso sentimento di colpa che provano nel profondo e che deriva da un irrisolto conflitto edipico. Un altro psicologo di matrice freudiana, Theodor Reik, parla invece di impulso alla confessione (compulsion to confess) dettato proprio dal senso di colpa, e che si estrinseca attraverso “dimenticanze” o “trascuratezze” che porterebbero il colpevole a disseminare importanti indizi per consentire la propria individuazione. Ma l’elenco potrebbe continuare: sono numerosi gli scienziati sostenitori delle teorie psicodinamiche come spiegazione del crimine che hanno dedicato il loro lavoro all’individuazione del ruolo del “senso di colpa”. Oggi, possiamo dire che un soggetto che vi sia afflitto metta in atto la sequenza: reato-confessione-punizione. Questi elementi portano al compimento di delitti “imperfetti”, conducendo in tal modo all’identificazione dell’autore, che dopo la punizione potrà espiare e trarne giovamento. La cura dei delinquenti per senso di colpa, in molte nazioni europee (Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Belgio, ecc.), è affidata a diversi centri di riabilitazione educativa. Si tratta dunque di concetti attuali, e non certo totalmente superati grazie ai moderni studi.
Tuttavia il caso dell’ex domestico Reves non sembra affatto rientrare in nessuna delle fattispecie descritte o presenti in letteratura. L’uomo, che si dice distrutto, affranto e pentito, non ha mai lasciato trasparire nulla che potesse, prima, farlo individuare come l’assassino. Eppure le indagini non l’avevano solo coinvolto, ma addirittura visto come protagonista. È stato interrogato, torchiato, sottoposto a confronti e ad indagini scientifiche, seppur rudimentali visto che, all’epoca, il DNA si era appena affacciato sul fronte scientifico.
L’uomo ora prega e ri-prega, asserendo di aver vissuto per vent’anni con un enorme senso di colpa, che l’ha consumato, e si dice, ora, “felice di essersi liberato di un peso” e di essere, finalmente, “disteso e tranquillo”. Una consunzione interiore autentica, assicurano i suoi avvocati dell’epoca delle prime indagini. Ed eccoci, dunque, giunti alla fase dell’espiazione e del senso di sollievo. Peccato che siano arrivati solo dopo che gli investigatori l’avevano abbondantemente incastrato, nonostante il pentitissimo Manuel abbia dichiarato di aver voluto togliersi un peso.
Oltretutto questo assassino, che ora afferma di non ricordare neppure il proprio movente e di essersi recato presso l’abitazione della contessa solo per farsi riassumere, accennando quasi ad una rimozione dei fatti (che prepari il terreno per la cara e vecchia incapacità di intendere e di volere, che ormai non si nega a nessuno?), non solo non ha mai fatto una piega in vent’anni, ma ha continuato con tutta tranquillità la propria vita, addirittura contraendo un secondo matrimonio, mettendo al mondo dei figli, dando addirittura ad una di questi il nome della sua vittima. C’è di più: tra una lacrima di coccodrillo e un’altra, Reves dice di non sapere niente dei soldi e dei gioielli spariti dalla camera da letto della contessa e luogo del delitto, guarda caso in concomitanza con lo stesso. Restate sintonizzati, perché questo giallo ci riserverà sicuramente nuovi colpi di scena: alla difesa di Manuel c’è già stato un cambio della guardia, con avvocati sicuramente più trendy. E, guarda caso, sono già cambiate anche le dichiarazioni del filippino, che ora vuole ritrattare e si dice estraneo ai fatti. Preparate i pop-corn, signori, perché ne vedremo delle belle.

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