Di Marco Mirabile

Mentre la Rai non ha ancora iniziato le tribune referendarie, che per legge sarebbero dovute partire un mese fa, i politici contrari al referendum cercano di convincere gli elettori che ormai è tutto saltato: l’obiettivo sotterraneo (ma poi mica tanto) è quello di rendere incerto il voto, far finta che nulla debba accadere, e compromettere la validità del referendum del 12 giugno.

Ma andare a votare è importante: il referendum è uno strumento di democrazia diretta, permette agli elettori di esprimersi su un tema preciso, oggetto di discussione, votando “si” quando si vuole cancellare una norma, o votando “no” quando la si condivide.

Ci sono tante opinioni sui referendum: per alcuni si tratta dello strumento di democrazia perfetto (Giuseppe Rensi, La democrazia diretta), per altri invece è uno strumento pericoloso, dato l’alto rischio di manipolazioni e derive plebiscitarie (Arturo Labriola, Contro il referendum).

A dir la verità durante l’Assemblea Costituente si pensò di utilizzare il referendum solo sporadicamente, ma le trasformazioni della politica italiana hanno portato a un suo ricorso sempre più frequente. Per i Radicali, negli anni Settanta, insistere sull’uso di questo strumento democratico voleva dire riaffermare oltre che i contenuti delle singole norme da abrogare anche la priorità di una graduale azione riformista. Il referendum infatti è per natura non negoziabile, non subisce i tempi morti della classe politica, anzi può essere strumento di aggregazione di una domanda diffusa su alcuni temi, e meccanismo che favorisce la polarizzazione intorno a grandi schieramenti. Come di fatto sta avvenendo per la sinistra in generale, ritornata unita contro la politica di Lega e Pdl. Dove in fondo oggi, diciamocelo, non è difficile dividersi, viste l’importanza e la schiettezza dei quesiti: i primi due per cancellare alcune norme riguardanti la gestione privata dell’acqua; il terzo, proposto da Di Pietro, per eliminare circa settanta norme decise dal Governo per il rilancio del nucleare; il quarto per la cancellazione della legge che prevede il legittimo impedimento del Presidente del Consiglio e dei Ministri a comparire in udienza penale.

La linea dell’astensione scelta da Lega e Pdl è legittima ma subdola, diciamo non eticamente corretta dal punto di vista dei principi della dialettica democratica: invece di “riferire” con un “sì” o con un “no”, il popolo viene invitato a fregarsene, così da rendere inutile l’intera consultazione, per lasciare tutto così com’è. Una scelta che fa leva sul tipico menefreghismo dell’italiano medio, che preferisce un’intera giornata al mare a cinque minuti in una cabina elettorale per decidere il proprio futuro, dei suoi concittadini e forse anche dei suoi figli.

In realtà è l’intera storia referendaria a invocare un esame di coscienza sulla legittimità o la ribalderia, la tentazione o l’assennatezza di disertare le urne. Certo, di fronte al consueto “mal di quorum” che da venti anni accompagna questo genere di consultazioni, tutti i partiti, chi prima e chi poi, chi in un modo elegante e chi grossolano, hanno detto “andate al mare” (la frase originale appartiene a Craxi, che la pronunciò nel 1991 per il quesito sulla preferenza unica, legge elettorale).

Oggi Berlusconi si è inventato una nuova strategia, quella (non sappiamo ancora se efficace o fallimentare) del gioco a carte scoperte: tre minuti e quarantatre secondi per rivelare, durante il vertice Italia-Francia, che la moratoria nucleare è un trucco. L’obiettivo? Rassicurare gli italiani spaventati da Fukushima, nella speranza che si arresti la corsa alle urne per bloccare il programma atomico del Governo (o più deliberatamente nella speranza che la politica possa tenere a bada un probabile risveglio delle coscienze, caro alle opposizioni). Ma in questa nuova sfacciata strategia, che ben si inserisce nell’atteggiamento populista degli ultimi anni, il “gettare la maschera” rappresenta una simulazione di sincerità che lascia presagire buona fede e inganno allo stesso tempo. Una sospetta franchezza che è obbligatorio leggere come tentativo di “sterilizzazione” del referendum più chiacchierato (il nucleare, appunto), nella speranza che non si raggiunga il quorum per quello sul legittimo impedimento.

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