di Marco Mirabile

Ormai nell’immaginario berlusconiano magistrati e insegnanti vanno messi entrambi nell’ultimo girone dell’Inferno, archetipi del male assoluto. Ecco le proposte di legge che il Pdl ha depositato alla Camera: c’è il buono scuola a favore delle scuole private, una riforma dei programmi scolastici basata sulla centralità delle “radici giudaico-cristiane”, una commissione di inchiesta sui delitti dei partigiani tra il 1944 e il 1948, una revisione manicomiale della legge Basaglia, il bollino di idoneità “greco-romana, ebraica e cristiana” sui libri di storia. Dulcis in fundo l’introduzione nel codice penale del reato “di vilipendio a una Divinità o confessione religiosa”, dove per confessione religiosa, attenzione, si intende: a) quella cattolica, b) quelle previste nell’otto per mille, c) quelle riconosciute per vie amministrative o con ministri di culto certificati. In breve, i maiali leghisti sui terreni delle moschee non offendono nessuno, e chissenefrega di Buddha.

La proposta che suscita maggiori perplessità è quella che introduce nel testo unico sulla scuola la sospensione dell’insegnamento da uno a tre mesi per i professori che fanno “propaganda politica o ideologica” in classe. Sarà il dirigente scolastico a vigilare sulla “purezza” delle lezioni. L’idea è semplice: se alle famiglie non piace un insegnante spifferano al preside qualche frase sgradita e parte l’inchiesta. Viene così tradotto alla lettera l’attacco di Berlusconi ai professori che “vogliono inculcare negli alunni principi che sono il contrario di quelli dei genitori”.

Ma poi il Premier cosa intende per “inculcare”? O meglio: come si realizzerebbe questa fantomatica “inculcata” (con la “c”)? Come si distinguerebbe una lezione sulla destra storica o sul fascismo da un’apologia della destra attuale o addirittura del ventennio? Chi si prenderebbe la responsabilità di giudicare “propaganda del comunismo” una lezione di filosofia in cui sono spiegate le teorie marxiste? La storia è critica per sua stessa natura, ed è del tutto normale che un fatto sia interpretato in classe sulla base delle letture e delle discussioni. Anzi, un buon prof di storia, con o senza tessera di partito, sottopone alla classe la lettura critica di un fatto e se ne fa interprete; un bravo professore insegna l’esistenza e l’applicazione di metodologie critiche per problematizzare, ampliare, e rinforzare la coscienza dello studente, il suo “essere nel mondo”, e ciò non può avvenire se non attraverso la critica, che è qualificante.

A scuola si insegna il confronto e la criticità, si insegna ai ragazzi la libertà e la forza del pensiero attraverso i punti di vista e le analisi dei grandi della letteratura, della filosofia: Pirandello (fascista) ma anche Fenoglio (partigiano), Gentile e Gramsci, D’Annunzio e Pasolini, Marx e Mill.

Il prof che è in classe insegna a leggere la realtà, è veicolo critico di questi pensieri (forse il Pdl ha paura della gente che pensa). Tutti ricordiamo le simpatie politiche dei nostri cari vecchi prof, eppure non abbiamo subito nessun condizionamento, anzi, ci siamo interrogati, ci siamo fatti domande e abbiamo trovato delle risposte nel confronto quotidiano con la scuola, con la famiglia, con gli amici, con i modelli intellettuali che ci hanno suscitato più attrazione, le letture, le esperienze di vita vera. Grazie a Dio non siamo automi privi di criticità, siamo in grado di ricevere messaggi espliciti e subliminali senza modificare passivamente o fanaticamente il nostro pensiero. La distinzione tra un buon insegnante e uno cattivo non passa attraverso la “propaganda”, volgare paranoia di alcuni berlusconiani à la page. Vigilare sulla qualità dell’insegnamento è cosa ben diversa da quello che vien proposto oggi dal partito di Berlusconi, ossia uno sceriffo del pensiero che stana prof inculcatori e politicizzati e li molla a casa sulla base di “non-si-sa-cosa”, anzi di “un’idea” (e magari la tessera della Cgil o il domicilio in Emilia Romagna potrebbero costituire elementi di prova a carico). Aveva ragione Giulio Carlo Argan: «la storia è critica e il potere non l’ama».

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