di Marco Mirabile

In Italia i disinformati non perdono mai l’occasione per tacere. A Parma la giornata per dire no all’omofobia si è trasformata in un discutibile scambio di opinioni. Si è partiti con la contrarietà di dare il patrocinio del Comune alla giornata “No omofobia” da parte di un consigliere di destra. Si è degenerati con una lettera di un consigliere del quartiere Pablo, che fra le righe chiede se l’omosessualità sia o meno una malattia.

Solo in Italia l’argomento risulta essere ancora spinoso. Per ignoranza e per amore di polemica. È grave che in queste situazioni venga espressa un’opinione dimenticando gli studi della comunità scientifica internazionale: perché ignorare il sapere costruito da chi ci ha preceduto? E perché non si prende mai in considerazione ciò che serenamente avviene in altre democrazie occidentali? Ci rendiamo conto di quanto siano imbarazzanti certe opinioni fondate su principi irrazionali che tendono a ignorare gli sforzi compiuti dalla civiltà umana per il miglioramento di se stessa? Con un briciolo di serenità e di metodo in più saremmo uno splendido popolo. A illuminare il dibattito sulle questioni “omofobia” e “omosessualità” ci ha pensato la dott.ssa Cinzia Fronda, con un intervento significativo nel blog parmigiano di “Repubblica” e dal quale ricaviamo i dati necessari per riportare la discussione a un livello che non mortifichi il “progresso” etico e politico. Innanzitutto la dottoressa distingue il livello dell’opinione personale (legittima, ma che per essere dignitosa deve fondarsi su aspetti logici e costruttivi) dal livello del parere scientifico-professionale (sgombro da tendenze irrazionalistiche). Poi spiega come mai all’Unione Europea è venuto in mente di istituire la “Giornata mondiale contro l’omofobia”, tutti i 17 maggio a partire dal 2007: fu per alcune dichiarazioni di uno stato membro contro la comunità gay. Ecco uno stralcio del testo: «Il Parlamento europeo ribadisce il suo invito a tutti gli Stati membri a proporre leggi che superino le discriminazioni subite da coppie dello stesso sesso […] condanna i commenti discriminatori formulati da dirigenti politici e religiosi nei confronti degli omosessuali, in quanto alimentano l’odio e la violenza, anche se ritirati in un secondo tempo, e chiede alle gerarchie delle rispettive organizzazioni di condannarli […] e di promuovere eventi internazionali di sensibilizzazione e di prevenzione per contrastare fenomeni di discriminazione e violenza». Quindi quanto deciso dal Comune di Parma è perfettamente in linea con le direttive dell’Unione Europea, con il Presidente Napolitano, il Ministero delle Pari Opportunità, la Provincia, l’Università di Parma, i Sindacati, le Associazioni (Certi Diritti, l’Ottavo Colore, Agedo) che attraverso la cultura dell’informazione hanno voluto contrastare fenomeni di discriminazione contro persone omosessuali.

Sulle “terapie riparative” tirate in ballo dal consigliere del quartiere Pablo (curare i gay trasformandoli in etero) la dott.ssa Fronda afferma con tono perentorio che l’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna si è già schierato dalla parte della scienza, e ha detto No. Cosa sono queste “terapie riparative”?
Hanno origine negli anni Ottanta ad opera della teologa E. Moberly e si fondano sul presupposto che l’omosessualità “sopraggiunga” a causa di un disturbo nel normale sviluppo dell’individuo e che di conseguenza debba essere “guarita”. Oggi la diffusione e la visibilità internazionale di questa teoria è dovuta a Nicolosi, psicologo americano e cattolico conservatore. Contro ogni evidenza scientifica, questi modelli terapeutici, patologizzano l’omosessualità e pretendono di “curarla”. Le associazioni internazionali del settore come l’American Psychiatric Association (APA) e l’Organizzazione Mondiale della Sanità che, rispettivamente nel 1974 e nel 1990, avevano eliminato l’omosessualità dalla classificazione delle patologie, definendola una normale variante dell’orientamento sessuale umano, oggi sono in allerta, e ribadiscono la nocività di tali trattamenti. Dall’esame della letteratura scientifica è infatti emerso che queste terapie, oltre a fallire nel loro scopo, possono provocare nei soggetti gravi effetti negativi (ansia, depressione, stress emotivi, spinte al suicidio). L’APA aggiunge la preoccupazione che il diffondersi delle “terapie riparative” contribuisca ad aumentare pregiudizi e discriminazioni sociali, e raccomanda pertanto a psicologi e psichiatri di affrontare il malessere di alcuni gay con terapie supportive, accoglienti e non giudicanti.

L’unica terapia correttiva valida, rispetto a certi strafalcioni, è l’informazione.

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