Giuseppe Facchini

Quella in atto era solamente un’opera di strumentalizzazione da parte della sinistra per convogliare quanta più gente possibile al partito del “no al nucleare”. Il disastro giapponese era solo un pretesto per fare dell’inutile sensazionalismo e il Governo, quello dei fatti, avrebbe potuto benissimo e comunque proseguire coi propri progetti, nucleare in prima fila. Un po’ di giorni fa Luigi Giuseppe Villani, coordinatore provinciale del Pdl, ma prima ancora personaggio ai vertici del centrodestra parmense da diverso tempo, con questi commenti non lesinava randellate agli avversari politici riguardo la questione del nucleare. Questione spinosa per mesi e adesso, apparentemente, chiusa dalla scelta di Palazzo Chigi di fare più di un passo indietro. Il primo quando lo shock di Fukushima ha fatto invasione in tutte le case degli italiani, mettendoli, nessun escluso, su chi va là nei confronti delle centrali previste sulla Penisola. Il secondo pochi giorni fa, annunciando che al referendum dei prossimi 12 e 13 giugno il quesito sull’atomo della discordia è stato, almeno per il momento, nascosto nuovamente in soffitta, tra le tante altre polverose vicende ancora aperte nel Belpaese. Da professorino della situazione, cosa emerge da tutta questa storia? Che di nucleare si parla più nei salotti baudelairani (ma anche no) della d’Urso o della Venier nei pomeriggi da casalinghe disperate che nelle intense giornate di lavoro in Parlamento o nelle sezioni di partito; che di nucleare, probabilmente, parlano soltanto quei quattro o cinque che decidono davvero le sorti della nazione. Infatti, se a Villani, prima della sua uscita su Repubblica alcune settimane fa, qualcuno avesse detto “guarda che abbiamo già deciso”, la smentita ufficiale e pubblica dai piani alti pidiellini sarebbe stata evitata. Così come la poca lucentezza delle sue parole. Perché se è vero (come è vero) che nel Sol Levante il disastro si stia limitando alla zona del Giappone e che ogni paragone con la tragedia di Chernobyl è improponibile, è altrettanto vero che la sinistra (anche se la storia recente ne ha spesso messo in evidenza il contrario) non cerca nel nucleare un pretesto per creare allarmismi e appiopparsi maggiori preferenze. Perché, e anche questo è inopinabile, da quella parte si è sempre cercato più d’altrove di difendere l’ambiente e si è continuamente messo davanti alla scissione di neuroni la possibilità sanfrancescana di ricavare energia dal vento o dall’acqua o da fratello sole.
Inoltre, col dietrofront del Governo sul quesito referenziale riguardo la riattivazione di centrali nucleari in Italia, si apre un altro scenario, già denunciato da Di Pietro (in primis) e non solo: che si stia cercando quasi di sabotare la due giorni di referendum eliminando uno dei quesiti più sentiti dalla popolazione (vera sovrana del Paese, per Costituzione, anche se qualcuno sta cercando di cambiare le regole del gioco)?
Infatti, gli strateghi dell’Idv (poi seguiti, naturalmente, dalla Bonino e da Bersani), ai quali non sfugge nulla quando si tratta di mettere in cattiva luce la destra, sono stati i primi a denunciare che quella della “sicurezza prima di tutto”, come dichiarato dal Ministro dello Sviluppo Paolo Romani, è solo l’ennesima trovata omertosa del Governo per proteggere il barzellettiere più famoso del momento, e cioè Silvio Berlusconi. Perché se il 12 e 13 giugno se ne vanno tutti al mare (e aspettiamoci un altro consiglio in stile “periodo di vacanza” dato agli aquilani dopo il sisma di due anni fa), il quorum non è raggiunto e nessuno dei referendum funge davvero da abrogativo. Oltre al nucleare, che oramai non c’è più, si parla di acqua pubblica e legittimo impedimento, l’unico argomento capace di interessare tutti, capace di stare a cuore, sebbene con motivi differenti, sia a destra che a sinistra. Senza quella su neuroni e atomi, tra le domande poste all’elettore sovrano, il centrodestra dovrebbe (secondo questa tesi) esserne avvantaggiato, perché gli avversari perdono un’importante cartuccia da sparare per chiamare a raduno gli elettori avversi al Cavaliere. Sul nucleare si era obiettivamente molto impreparati, in quanto pochi sapevano cosa era previsto davvero sul testo di legge, ora bloccato. Pochi, inoltre, sapevano che si parlava di nuove centrali, di “terza generazione più” e di riattivazione di quelle già esistenti (visto che l’Italia ne faceva uso sino al 1990). Che si finiva col sminuire, tra l’altro, pure il valore di un altro referendum, quello del 1987 che segnò la fine di un epoca e, a questo punto, la fine della credibilità di tale mezzo di gestione politica. Su impedimento legittimo e privatizzazione dell’acqua sarebbe meglio essere più informati, sarebbe meglio sapere come e cosa ci viene chiesto. Per non fare figuracce e per dimostrare che il referendum, unico vero mezzo di democrazia con la “D” maiuscola, serve davvero a qualcosa.

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