di Giuseppe Facchini

Tanti, troppi per contarli tutti. In piazza per manifestare pacificamente un insostenibile malessere al quale nessuno sa ancora come rimediare, il 6 maggio per più di qualcuno è stato il vero 25 aprile, come commentato dagli organizzatori. Perché quando c’era da festeggiare il morale era troppo basso per fingere che stia andando tutto bene.

E così lo sciopero generale indetto dalla Cgil nell’intera Penisola è stato il giorno della ribalta di chi è scontento della situazione attuale del Paese, di chi non riesce a mantenere una famiglia, di chi non ha ancora la certezza di poterne creare e portarne avanti una. Ovunque. Da Milano a Siracusa, passando naturalmente per Parma, da sempre sensibile ad eventi simili, di quelli in cui si manifesta per problematiche che da destra e sinistra rientrano negli slogan pre-elettorali, ma che alla fine lasciano in eredità sempre più di un mal di pancia.

C’era il sindacato dei lavoratori, c’erano gli studenti, c’erano le associazioni di volontariato, c’erano i pensionati, c’erano tutte le forze di sinistra, anche le più estreme, a dimostrazione che quel mal di pancia ha colpito troppa gente.

Lo sciopero, garantito dalla Costituzione con l’articolo 40, resta l’unico mezzo democratico a disposizione della collettività per dimostrare il proprio pensiero, che faccia piacere o no a chi nei piani alti dell’assetto statale, dalla sua comoda poltrona in pelle, prende ogni genere di decisione.

E se in passato la piazza più di una volta esplodeva in rivolta (anche se continua a succedere tutt’ora in realtà come ad esempio Libia e Siria, tanto per citare le più note al momento), chi è ancora su quella poltrona in pelle sa bene che finché c’è voto c’è speranza. Speranza di non perdere il posto e tanti verdoni, anziché di sudarseli come dovrebbero e talvolta meriterebbero.

Ma la stessa speranza è quella di chi, invece, vede nel voto la possibilità di cambiare, di tornare ad essere padroni di sé stessi e del proprio futuro. Ecco perché lo sciopero che venerdì scorso ha tinto principalmente di rosso le strade della città lascia ampio spazio ad una riflessione che anticipa di un anno le elezioni amministrative nella città ducale. Il rosso però, predominante perché preferito non solo da un certo genere di partiti ma anche da sindacati e associazioni studentesche, non era l’unico colore sulle bandiere sventolate per l’intera mattinata. Dai dipietristi ai democratici fino ai vendoliani, al fianco dei manifestanti c’erano loro, per antonomasia sostenitori delle classi operaie e, chissà se pure per convenienza o furbizia, in prima linea con le proteste.

Questione economica che diventa inevitabilmente politica. Affari di Stato che per forza di cose rientrano anche in logiche locali. A Roma Berlusconi, a Parma Vignali. La sintesi degli obiettivi a centrosinistra è questa, come riassume Paola Zilli, segretaria provinciale dell’Italia dei Valori, la quale conferma che “tutti insieme riusciremo a dare seriamente filo da torcere anche a chi governa questa città con metodi berlusconiani”.

È pertanto dalla piazza che rinasce la nuova alleanza di sinistra, quella che nel resto del Paese non è ancora riconoscibile sotto un’unica e solida effige, ma che a Parma trova la linfa necessaria per far tremare le gambe all’amministrazione attuale.

Mancano ancora dodici mesi alle urne, ma il segnale è forte. Non soltanto a parole, ma anche nei numeri.

Perché avere dalla propria così tanta gente di ogni età e classe sociale non è un fattore trascurabile, soprattutto se si tiene conto del fatto che oltre a quelli scesi per strada organizzati in associazioni e simboli politici vari, ce n’erano altrettanti per conto proprio, semplicemente stanchi e non ancora rassegnati ad un epilogo infelice. Certamente è sempre più facile lamentarsi che avanzare proposte, e noi italiani, maestri nell’arte del piagnucolare, lo sappiamo decisamente bene. Urlare il proprio dissenso non basta, ma è da queste urla che il centrosinistra dovrà ripartire per costruire concretamente un valida alternativa. Obiettivo che non è mai stato così semplice per nessuno.

Sul palco allestito sotto Palazzo di Città, capolinea del corteo scelto sicuramente anche a sbeffo, si è detto che il governo attuale non è quello che gli italiani si meritano. Ogni riferimento non era puramente casuale, ma tra dire e il fare, quasi banalmente, c’è di mezzo di tutto ed in primo luogo la capacità di trovare risposte concrete. Può sembrare un’altra banalità, ma alla fine vince chi sa come ottenere più voti e non chi sa urlare più forte.

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