di Sara Terenziani

Il primo, il secondo e magari il terzo “lavoro”. E’ l’Italia del precariato costretta ad arrancare. E’ l’Italia di una generazione che da una parte si fa su le maniche per costruirsi un “pacchetto lavoro” necessario per arrivare a fine mese; mentre dall’altra deve fare i conti con 2,1 milioni di giovani, tra i 15 e i 29 anni, che nel 2010 non ha né studiato né trovato un’occupazione: tradotto uno su cinque è a carico della famiglia. Chi ha un lavoro, in un caso su tre, può contare solo su un contratto “debole”, a termine o di collaborazione. Qualcuno, in questo momento di recessione, firmerebbe addirittura in bianco qualsiasi tipo di contratto, visto che tra il 2008 e il 2010, oltre mezzo milione di Under 30 ha perso il posto.
Fanno paura i dati evidenziati dal Rapporto Annuale dell’Istat, che fotografa la situazione del Paese nel 2010; ma lo fanno perché più di ogni altra volta sono il riflesso di una realtà purtroppo vera. Basta confrontarsi con il collega che lavora nell’azienda concorrente per capire che l’erba altrui non è più verde; Se invece capita di fare due chiacchiere con il vicino di casa ci pensa lui a ricordarci che una volta nel suo settore era tutta un’altra storia.
E quando si dice che oggi le donne sono ancora discriminate sul posto del lavoro, qualcuno ride e qualcun altro snobba. I dati ancora una volta parlano chiaro: sono state 800 mila le donne licenziate o messe in condizione di dimettersi a causa di una gravidanza, nel corso della vita. Durante lo scorso anno, sono riuscite a mantenere stabile l’occupazione (con un tasso che rimane comunque basso, al 46,1%), ma, allo stesso tempo, hanno subito una riduzione della qualità del lavoro. È, infatti, calata l’occupazione qualificata, tecnica e operaia mentre è aumentata quella a bassa specializzazione, dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center. Citando una nota frase dello scrittore francese Voltaire “Il lavoro allontana tre grandi mali: la noia, il vizio ed il bisogno” si capisce perchè oggi in Italia cresce costantemente il numero delle persone annoiate, viziose e bisognose.

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