Published On: Lun, Mag 2nd, 2011

SICUREZZA – Dedizione al lavoro

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Dott.ssa Pomponi

Gentilissimi lettori di Zerosette: permettetemi di fare un po’ di qualunquismo. Il periodo che l’Italia sta vivendo dal punto di vista occupazionale non è certo tra i più felici. I giovani faticano a trovare un’occupazione che non sia uno stage o un tirocinio che per lo più si concretizzano in qualche mese di sfruttamento e senza vedere un soldo bucato. Se lo trovano, vanno ad ingrassare le fila dei cosiddetti precari, il che non consente loro di costruirsi un futuro. Anche ai più agés le cose non vanno meglio: le decine di migliaia di persone che hanno perso il posto a seguito della crisi del 2008 faticano a ricollocarsi nel mondo del lavoro. Gli stipendi, in generale, non sempre crescono in concomitanza col costo della vita.
Ne consegue che ora più che mai, in Italia, vi è la corsa al “posto fisso”, meglio se da dipendente statale. Vi sono persone che questo “sogno italiano” lo hanno coronato e, invece di baciarsi il didietro ogni giorno che passa, sputano nel piatto in cui mangiano.
Sfido chiunque di voi a non aver mai sbattuto il muso contro l’indolenza della burocrazia italiana e dei suoi addetti ai lavori: scaricabarile, rimpallo di competenze, attese infinite, lungaggini che sfinirebbero persino un santo sono ordinaria amministrazione. Sfido altresì chiunque di voi a non aver inveito contro il lassismo e la dedizione al dolce far niente di qualche impiegato statale. Ebbene, ogni tanto qualche nodo viene al pettine e il sospetto trova conferme e prove concrete, com’è accaduto nelle scorse settimane a Bologna. Tutto è partito dalla denuncia di un dipendente del Ministero dello Sviluppo Economico, disgustato dalle prassi attuate quotidianamente da alcuni colleghi. Questi ultimi, mentre risultavano regolarmente al lavoro, si recavano invece in palestra, a fare shopping o, semplicemente, entravano con forte ritardo od uscivano con forte anticipo rispetto all’orario di lavoro e a quanto risultava dai timbri dei cartellini – timbrature che, ovviamente, venivano effettuate da colleghi compiacenti. L’abitudine era talmente radicata che, in un’occasione, i timbratori accaniti hanno eseguito la consueta operazione persino quando una collega assenteista era regolarmente in ferie. Inoltre, sono stati acclarati persino casi in cui qualche dipendente richiedeva di effettuare lo straordinario, per poi allontanarsi comunque in netto anticipo dal posto di lavoro.
Le Fiamme Gialle, in seguito alla segnalazione, hanno potuto documentare le sopraccitate abitudini di ben 33 dipendenti (in un ufficio che consta di 40 impiegati!!!) tramite i filmati provenienti da una telecamera da loro piazzata proprio antistante il portone dell’ufficio ministeriale. Tuttavia, non tutti gli indagati sono nella stessa posizione: lo zoccolo duro dei fannulloni sembra essere composto da “sole” otto persone, mentre altre 27 sembrano essersi macchiate di assenze meno sfacciate e meno consistenti in termini di tempo. Ma, per il momento, a tutti loro la Procura di Bologna contesta «artifici e raggiri» consistiti in «allontanamenti clandestini dal luogo di lavoro» che gli hanno procurato «un ingiusto profitto», cioè la retribuzione per il tempo trascorso a farsi gli affari propri e anche i buoni pasto a loro erogati. Il tutto aggravato «dall’aver commesso il fatto in violazione ai doveri inerenti una pubblica funzione e con abuso di relazioni d’ufficio e/o prestazioni di opera», come si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Ma, proprio in virtù dei “peccati veniali” commessi dai più, ancora non è dato sapere se scatterà il rinvio a giudizio per tutti o solo per i furbacchioni più accaniti.
Cari lettori, consentitemi di fare la iena: come si suol dire, in genere il pesce puzza dalla testa. È dunque lecito chiedersi come il dirigente ed i capi settore, tra i cui compiti si annovera anche il controllo dell’altrui operato, possano non essersi accorti, in un lasso di tempo così consistente, che i loro colleghi potessero beffarsi così della Pubblica Amministrazione. La risposta ce la dà già la cronaca riguardante l’episodio: tra gli indagati ci sono anche tutti e quattro i capi settore. Il direttore dell’ufficio, non indagato, ha invece asserito che “non bisogna fare di ogni erba un fascio” e che l’ufficio in questione, in realtà, è “un’eccellenza” (urca!). Gli avvocati degli indagati, invece, respingono ogni accusa, sostenendo che si trattava di uscite con permesso o spiegabili in altro modo, e che l’esposto del collega virtuoso è in realtà la bieca vendetta di un sindacalista che aveva ricevuto una sanzione disciplinare.
Sarà, ma allora gli illustri vorranno spiegarci come mai, una volta consegnati gli avvisi di proroga delle indagini preliminari, e quindi dopo aver saputo di essere sotto l’occhio di Magistratura e Guardia di Finanza, tutti gli impiegati sono improvvisamente diventati dei modelli di virtù, puntualità e stakanovismo? In fondo, se si fossero assentati dietro regolare permesso, il via-vai fuori dell’ufficio del Ministero non sarebbe dovuto continuare? Cane non mangia cane, gentili lettori, e la mia speranza è solo che questa indagine non si concluda con un nulla di fatto come quella sui lavoratori dediti al furto presso l’aeroporto di Malpensa, che ha visto il giudice del lavoro reintegrare coloro che avevano impugnato il licenziamento.
E, in tutto ciò, centinaia di migliaia di giovani (o meno giovani) volenterosi ed onesti rimangono a casa.

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