di Cristina Pomponi

Sono trascorsi ormai 5 anni da quando, dalle colonne di Zerosette, tentavo di sgomberare il campo da quei falsi miti e stereotipi circolanti sul mestiere del criminologo. Da allora molte cose sono cambiate, ed è diventato sempre più di moda ospitare un criminologo durante trasmissioni di approfondimento o, addirittura, di intrattenimento trash. Insomma, se prima la notorietà di questo particolare mestiere era dovuta a serie televisive come CSI (in cui, più che altro, si vedono criminalisti, ovvero persone che si occupano di raccogliere, analizzare ed interpretare prove ed evidenze materiali), ora il “campo di battaglia” è assai più esteso. Ad esempio, è comune utilizzare un criminologo e uno dei più importanti ed innovativi strumenti a sua disposizione, il poligrafo o macchina della verità, per scoprire le magagne e le bugie raccontate da un protagonista di uno dei tanti reality shows che ci propinano.

Non è, dunque, raro imbattersi in altrettanti programmi (per lo più radiofonici, perché la televisione non usa sputare nel piatto in cui mangia) che criticano, più o meno ferocemente, questo trend. Proprio stamattina, ascoltando una delle più importanti emittenti radiofoniche italiane, ho sentito parlare di “invasione dei criminologi”. Mettiamo i puntini sulle “i”: gli esperti che vediamo quotidianamente sono solo tre o quattro. Essendo famosi (o famigerati) sono anche i più richiesti in campo peritale. Per poter fare il perito in Italia, infatti, è molto più utile “essere amico di” od essere un ospite televisivo fisso che essere davvero bravo. Giudici e PM, infatti, chiamano i periti in base alla loro fama. Gli avvocati di parte seguono il medesimo criterio di scelta. Spesso e volentieri, assumendo che più si accumulano minuti di presenze televisive più si è brillanti. Deduzione sbagliata: vi sono fior fiore di professionisti che preferiscono lavorare nell’ombra e rimanere nell’anonimato.

La realtà, peraltro durissima per chi fa il mio mestiere, è che in Italia manca una vera cultura dei mestieri inerenti alla Sicurezza (eccezion fatta per il ruolo svolto dalle Forze dell’Ordine), e coloro che hanno duramente studiato fanno una fatica bestiale ad inserirsi. Le solite quattro facce non possono essere rappresentative di intere generazioni di giovani (e non) che faticano a farsi accettare o anche solo a far capire agli altri quali sono le proprie competenze e perché il loro è un lavoro importante e dovrebbero essere tenuti in degna considerazione.

Anche i nostri politici non fanno che berciare di mancanza di professionisti della sicurezza. Signori, errate: i professionisti ci sono, e sono per lo più a casa senza lavoro per i motivi di cui sopra. Questa scarsa considerazione, unita agli stereotipi basati sui soliti noti, non fa che creare ulteriore ostacolo.

Sia chiaro: la mia non vuole essere un’invettiva contro il presenzialismo televisivo dei miei colleghi. Ognuno opera le proprie scelte e, di fronte a delle opportunità, si opta per la via che più si reputa conveniente o favorevole. E, d’altro canto, essi non fanno che sfruttare l’inquietante voyeurismo e la fame di dettagli quanto più squallidi o macabri trapelino dai casi di cronaca nera.

In principio fu Cogne, con le sue oltre 100 puntate di Porta a Porta, per arrivare ad Avetrana, coi tours dell’orrore e le foto ricordo davanti alla villetta dei Misseri. Poi Yara Gambirasio, ormai dimenticata e soppiantata dalla “ragazza casa e chiesa” Melania Rea. I nostri palinsesti televisivi faranno pure schifo, ma non fanno altro che rispondere alla domanda e alle esigenze del pubblico. Che ora come ora ama il sangue, gli omicidi, gli intrighi, le relazioni pericolose.

Si dice che lo squalo, dopo aver assaggiato il sangue umano, ne rimanga così inebriato ed eccitato da non poterne più fare a meno, e che per questo tende ad attaccare le persone (cosa che, normalmente, non fa). Forse l’essere umano può essere paragonato ad uno squalo: più vede il sangue più ne desidera, per chissà quale meccanismo ancestrale. Eppure, una delle caratteristiche che dovrebbe distinguerci dagli animali è la ragione, che consente di prevaricare i nostri istinti più feroci. Ma, a quanto pare, non è così.

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