di Marcello Frigeri

Non che Beppe Grillo mi sia particolarmente simpatico, il suo monocraticismo lo porta a considerare la sua verità un dogma infallibile: lui sempre nel giusto, tutti gli altri in errore. E i dogmi, si sa, hanno la brutta fama di essere le principali caratteristiche del dispotismo, e se vogliamo, in questo caso, di un dispotismo concettuale. Ma le idee del Movimento 5 Stelle sono ben altra cosa. L’idea, in estrema sintesi, è quella di riscrivere il rapporto che intercorre tra il cittadino e i  rappresentanti. Quello che oggi chiamano Parlamento è un potentato di privilegiati, e anche se si racconta che il privilegio sia una forma di libertà scomparsa con la crisi dell’aristocrazia Settecentesca, di fatto non è così. C’è però una differenza tra passato e presente: mentre le aristocrazie storiche avevano tutte le qualità per poter governare il popolo poiché erano formate da uomini dediti allo studio delle arti e delle scienze, l’unica distinzione oggettiva  che i parlamentari possono vantare oggi con i cittadini, è quella di fare politica: una legittimazione interna al meccanismo che li ha prodotti. Si dicono professionisti della politica, e questa è la loro unica specificità, se così possiamo definirla. Il Movimento 5 stelle, come molti potrebbero pensare, non è l’antipolitica che avanza, ma una nuova idea della politica. Prendiamo ad esempio le ultime due legislature, quella di centrosinistra prodiana e l’attuale berlusconiana: nel 2006 tra Camera, Senato e Parlamento europeo,  i rappresentanti del popolo che avevano guai con la giustizia erano ben 82, 65 di questi sedevano nei banchi di centrodestra, 17 in quelli di centrosinistra. Nella classifica dei delitti svetta la corruzione, seguita dal finanziamento illecito e poi dalla truffa. L’attuale corpo politico, invece, può essere definito con il bellissimo “elogio dell’impunità” coniato da Marcello Dell’Utri, “a me della politica non frega niente. Io mi sono candidato per non finire in galera”. Anche questo Parlamento, poi, ha una quota fissa di imputati, prescritti e inquisiti: circa un’ottantina. Uno dei primi obiettivi dei grillini, semplice semplice, è di restituire la cosa pubblica a chi non ha guai con la giustizia. Anzichè utilizzare il Parlamento come rifugio sicuro per fuggire alla galera, o come potentato per salvaguardare gli interessi particolari e affaristici, lo si sfrutterebbe per la sua naturale funzione. Sarebbe già questo un cambiamento epocale. Sia chiaro, un movimento radicale come il 5 Stelle non sarà mai una maggioranza popolare: un estremo, proprio perché è un punto di confine in uno spazio, resterà sempre una estremità. Basterebbe però che i grillini, come sta accadendo, cominciassero a penetrare come una scheggia impazzita nei Comuni, nelle Regioni e, perché no, nel Parlamento stesso, e da lì, un po’ come il radicalismo inglese degli utilitaristi benthiani attuò all’epoca della Rivoluzione industriale, capovolgessero le caratteristiche aristocratiche e privilegiate della casta, portando alla luce le loro ipocrisie. È pacifico, infatti, che la politica malata dell’Italia non è curabile se non attraverso fattori a lei esterni: per guarire, un malato avrà bisogno di medicine, altrimenti la malattia lo corroderà. Per questo ritengo che il Movimento 5 Stelle sia quel radicalismo di cui l’Italia ha bisogno, a patto che il virus letale di questa politica, una volta penetrati, non li contagi, come è accaduto con la Lega, un tempo un forte partito d’opposizione alla casta, oggi la miglior alleata del “lato oscuro” (cit.). Ma se da una parte il potere totale del cittadino, in estrema sintesi, è la forza del Movimento 5 Stelle, al tempo stesso ne è anche il limite. L’individuo grillino odierno, assomiglia a quello che era il cittadino totale idealizzato da Rousseau. Paragone sicuramente azzardato, forse non del tutto corretto, ma l’idea che hanno oggi gli esponenti del Movimento 5 Stelle è una sorta di cittadino rousseauiano, chiamato a partecipare con maggiore frequenza per esercitare i suoi doveri: ogni 6 mesi, secondo il loro Statuto, dovrà esercitare il controllo sui rappresentanti, e se capterà uno smacco, benché minimo, avrà il potere di rispedirli a casa. Non mi convince: il cittadino totale non è a ben guardare che l’altra faccia non meno minacciosa dello stato totale. Il controllo sui rappresentanti, in sostanza, non deve diventare un dispotismo popolare, caratteristica questa della volontà generale di Rousseau, che per quanto avvincente  e, ovviamente, nemica della rappresentanza politica, finisce col ricalcarne alcune delle caratteristiche. In Italia abbiamo bisogno di radicalismo e di cambiamento. Ho fiducia nel Movimento 5 Stelle perché non nutro fiducia in questa politica partitocratica. È tempo, infatti, che l’oligarchismo dei partiti – mai contemplati, e non è un caso, dai primi teorici della democrazia – perda progressivamente ogni caratteristica di potere castale, per restituire alla democrazia almeno una piccola forma di decenza.

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