Published On: Gio, Giu 30th, 2011

FOCUS – Corrotti, tangentari e asserviti al potere: Parma sveglia!

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di Marcello Frigeri

Presunzione di innocenza sempre e comunque fino al termine dell’eventuale processo, ma poniamo per un attimo che siano vere tutte le accuse della Procura: in questo caso ci troveremmo di fronte ad una banda di miserabili che pur di rifarsi il giardino (accusa a Jacobazzi) o comprarsi la moto (accusa a Moruzzi), rubava addirittura ai cani. Di giorno funzionari pubblici e preposti alla nostra sicurezza – alla nostra sicurezza! -, di notte una combriccola di poveracci che si smezzava il denaro dei parmigiani. Dico poveracci perché anziché “accontentarsi” di retribuzioni da centinaia di migliaia di euro l’anno, in perfetta sindrome da onnipotenza, riuscivano a svendere la dignità per poche migliaia di euro alla volta, arrivando ad un ladrocinio di mezzo milione. E nel mestiere, poi, non erano nemmeno ladri seri. Mentre a Tangentopoli il meccanismo era ben oliato e difficile da smascherare, questi pretendevano di mettersi in tasca fior di denari sperando che la gente non si accorgesse delle aiuole cittadine non riqualificate. E sempre stando alle accuse della Procura, eravamo messi in “sicurezza” da un poliziotto stile fantozziano, sempre pronto ad inchinarsi servile al potere: con una mano, bel bello, arrestava i ladruncoli di strada, con l’altra si toglieva il cappello e si prostrava vilmente davanti ai potenti, capace addirittura di chiamare “imbecilli” e “merde” i poliziotti che non si facevano piegare dal signorotto di turno, assessore o imprenditore che fosse. È ora per Parma di mettere idealmente mano alla fondina e di rivoltare questa banda di inetti. Il procuratore capo Laguardia, infatti, parla di “inchiesta non conclusa”. Segno evidente che tra i corridoi comunali si potrebbe nascondere qualche altro mariuolo. La notizia arriva alle prime luci del mattino: Jacobazzi arrestato per tangenti. La gente questa volta s’incazza davvero, e Parma vive una realtà romana lontana anni luce. Conosce improvvisamente l’indignazione. In 400 scendono in piazza, qualcuno lancia monetine agli assessori e ai consiglieri in fuga (Pellacini e Lasagna si fermeranno a conversare): “fuori i ladri dal Comune!”, “ridateci i nostri soldi!”, “vergogna!” si grida davanti al portone del Municipio; la polizia carica, parte qualche manganellata; Moine sfida i dimostranti ma poi si allontana frettolosamente; Vignali, che qualche ora prima aveva rassicurato i fans che non si sarebbe dimesso, è costretto a lasciare il palazzo alle 21 scortato dalla polizia, sfuggendo all’ira degli indignati. Scene da fine Repubblica. La Sassi, sì proprio lei, l’assessore al verde pubblico, settore in cui avvenivano le ruberie e le corruzioni, non l’ha più vista ne’ sentita nessuno: non un commentino sullo scandalo, non una dichiarazione benché minima: non pervenuta. Al posto dell’assessora occhialuta lasciano la carica Pellacini e Sommi (Marini va alla cultura), che pur non c’entrando nella vicenda, quantomeno, hanno saputo conservare la dignità di chi sa ancora sdegnarsi. Lo scandalo, inevitabile, porta al disfacimento della classe dirigente, che in un susseguirsi di accuse e controaccuse si sgretola come un muro di carta. I passi salienti: Zoni resta ma chiede le dimissioni del direttore generale Frateschi e dell’ispettore generale Manuele; Lavagetto, riunitosi lunedì il direttivo del Pdl, chiede invece le dimissioni del sindaco, il quale, orfano da tempo degli industriali, è ormai in stato confusionale: non sa niente di niente dello schifo attorno – e ci mancherebbe altro -, ma in compenso rimuove tutti i dirigenti. Salva la poltrona sacrificando gli altri, un signore. Tre di questi (Gandolfi, Gargantini e Menichini) si rivoltano, scrivono al sindaco e minacciano querele, la sostanza: non vogliono essere accostati a chi rubava. Il mal di pancia interno al Pdl arriva sino al coordinatore provinciale Villani a cui qualcuno, timido, timido, tanto per cambiare chiede le dimissioni. Villani poi, strano ma vero, perde la solita occasione per tacere, e anziché prendersela con chi ruba, anche il suo denaro, se la prende con chi dissente fuori e dentro il Comune. I cittadini, che già erano incazzati, s’incazzano ancora di più, e sul web gli mandano a dire: forse un giorno una risata seppellirà anche te.
Arriva il dayafter, e nelle menti dei parmigiani si materializza come un incubo la voragine dei 500 milioni di debiti, tra i delusi ci si chiede quanto di quel buco è opera della corruzione.
In città poi si sa, la voce corre lesta. Non lo si dice ad alta voce ma indiscrezioni, dentro e fuori il Municipio, parlano di arresti illustri imminenti e di commissariamento. I nomi degli arrestati Jacovini e Moruzzi, d’altra parte, filtrarono dalla Procura già alcuni mesi fa. Sta davvero saltando il tappo. Sì perché se qualcuno dal carcere apre bocca – Mangiarotti e Jacobazzi hanno già negato ogni coinvolgimento -, si scoperchia il vaso di Pandora, perché per qualche anno in meno di prigione  si è disposti a raccontare tutto. Ma proprio tutto. Non si hanno conferme in merito, ma è chiaro che in Procura siano conservati atti di indagine tuttora coperti da segreto che porterebbero ai mariuoli ancora inconsapevoli. È il crollo disonorevole di questa incapace classe politica e dei suoi amministratori – perlopiù dirigenziali – che non hanno saputo controllare il flusso sporco del denaro pubblico. C’è chi racconta che Parma non si meritava tutto questo. Belle parole che non dicono nulla. La corruzione è il prezzo che una città menefreghista paga a se stessa, e in quanto a menefreghismo Parma è regina incontrastata. È tempo di cambiare la direzione del vento per far sì che ciò che è successo, se è successo, non si ripeta più.

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