Published On: Mer, Lug 27th, 2011

ATTUALITA’ – Quale Lega?

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di Marco Mirabile

I leghisti non sono contenti di stare con Berlusconi, ma è certo che avendo poco altro da scegliere preferiscono, per la prima volta nella storia del partito, muoversi con cautela. Il loro obiettivo è mandar giù il rospo pur di portare a casa quanto più federalismo possibile. Addio dunque alla disinibita e un poco compiaciuta “coerenza” leghista, quella che negli ultimi mesi viene quotidianamente svenduta con l’obiettivo di tamponare gli errori del Premier e l’inerzia politica del Pdl. Perché, diciamocelo, chi non si è accorto degli sforzi sovrumani compiuti dai dirigenti padani per tenere il piede in due scarpe? La base chiede la solita politica spicciola capace di dare risposte a breve termine e riscontrabili nel quotidiano, la cima risponde con decisioni astratte e fuori da ogni logica, come lo spostamento dei Ministeri al nord. È come se l’anima più genuina del partito padano si stia facendo coinvolgere e inquinare dalle inequivocabili acrobazie del Pdl, ormai impegnato in un unico obiettivo, quello di difesa degli interessi di un Premier sempre meno credibile.

Così se per il pidiellino la norma salva-Mondadori infilata nella manovra finanziaria “c’è ma non si vede”, per il leghista “c’è eccome”, ed è urticante. E se nel Pdl c’è chi ritiene sia eticamente accettabile un Parlamento abitato da indagati e presunti corrotti, nella Lega alcuni parlamentari si sentirebbero certamente più a loro agio in un’alleanza con Di Pietro, nemico giurato di Berlusconi.

Non sono pochi gli episodi che recentemente hanno trasformato il rapporto Lega-Pdl in una vera e propria guerra fredda: l’assaggio si è avuto mercoledì 20 luglio, quando la maggioranza è stata battuta due volte alla Camera sul decreto rifiuti, contro cui il Carroccio sta combattendo da mesi. Poi nel pomeriggio della stessa giornata è stata la volta dell’autorizzazione dell’arresto di Papa, mandato in galera proprio grazie ai voti della Lega (dopo il voto, Maroni è stato l’unico a sorridere e a commentare positivamente l’esito della consultazione, sottolineando che “le camicie verdi” sono state “coerenti”, e hanno votato “così come avevamo detto”). Giovedì 21 luglio è arrivata la retromarcia sul rifinanziamento delle missioni all’estero: dopo le minacce di dimissioni del Viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, il Senato ha infatti preferito rinviare la votazione a martedì 26, evitando così un ulteriore confronto tra i due partiti. Infine l’episodio di venerdì 22 luglio, quando le parole di Berlusconi alla presentazione della Riforma Costituzionale varata dal Consiglio dei Ministri hanno costretto il Carroccio a intervenire chiarendo il pensiero del Premier.

Tuttavia i problemi della maggioranza non riguardano solo il rapporto Lega-Pdl: è lo stesso esercito di camicie verdi a dover difendere la sua compattezza tenendo a bada le due nuove anime del partito: da una parte i fedeli di Bossi, che preferiscono dribblare le difficoltà politiche sposando l’ambiguità del governo e infilando qua e là picconate di facciata per ribadire il loro ruolo guida; dall’altra parte i seguaci del Ministro Maroni, che si fanno interpreti dei malumori della base prendendo decisioni in contrasto con l’esecutivo, dotandosi perciò di quello spirito indipendente più autenticamente legato alla tradizione leghista.

Di fronte a questa crescente spaccatura la Lega corre ai ripari con il Consiglio Federale, un urgente summit di partito nel quale verranno decise le opportune strategie di marketing per rinfrescare il dibattito e giocare a carte scoperte, dove molto probabilmente sarà confermata l’obsoleta leadership del Senatur, ma senza che i maroniani ne escano scontenti.

Il popolo padano in realtà ha già indicato la strada: in un sondaggio proposto sul sito del quotidiano “La Padania”, alla domanda “Chi vorresti come nuovo leader della Lega Nord?” il 35 per cento ha optato per Maroni; al secondo posto c’è un non meglio precisato “uomo nuovo”, seguito da due veneti, il sindaco di Verona Flavio Tosi e il governatore della Regione Veneto Luca Zaia. Bossi è solo al quinto posto, votato dal 4,4 per cento. In coda Roberto Castelli, con il 2,2 per cento; Roberto Calderoli non raggiunge neppure il 2 per cento.

Sono dati che ricordano uno striscione comparso a Pontida, eclissato dalle parole di Bossi, che ha cercato di esorcizzarlo facendolo passare sotto silenzio. Il cartello era molto chiaro, c’era scritto: “Maroni Presidente del Consiglio”.

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