di Sara Terenziani

19 luglio 1992. Diciannove anni dopo l’Italia ricorda ancora Paolo Borsellino, il magistrato italiano, vittima della mafia durante un attentato, con un’autobomba carica di tritolo, in via D’Amelio n.19 a Palermo. Al suo fianco persero la vita tutti gli agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina. Da allora l’Italia intera ricorda “un condannato a morte” come si descriveva lo stesso Borsellino. Un condannato che ad oggi ha avuto poca giustizia. Le indagini sono ancora aperte e ogni volta la strage di via D’Amelio suscita timori e rischia di travolgere definitivamente politici del passato e del presente, forze dell’ordine e la stessa magistratura. Una sorta di mina vagante insieme alla strage di Capaci quando, pochi mesi prima, il 23 maggio, fu assassinato Giovanni Falcone, amico e compagno di Borsellino. Il pool di magistrati di Caltanissetta, guidato da Sergio Lari, dopo tre anni di indagini ha chiuso una parte dell’inchiesta individuando in Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio, l’uomo che ha premuto il telecomando dell’autobomba. Nella svolta delle indagini è stata decisiva la testimonianza dei collaboratori di giustizia Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano. A settembre infatti, dopo lunghi silenzi, si potrebbe assistere ad una svolta. Verranno riaperti quei processi basati sulle dichiarazioni di falsi pentiti che
potrebbero coinvolgere anche tre investigatori iscritti nel registro degli indagati per falso e calunnia, rei per la procura di aver pilotato le accuse nei confronti di Vincenzo Scarantino, uno dei primi collaboratori di giustizia sul caso. Ad oggi almeno un quesito ha trovato una risposta: la strage di via D’Amelio avvenne a soli 57 giorni di distanza da quella di Capaci per impedire che Borsellino ostacolasse la trattativa che era in corso tra i corleonesi e alcuni uomini dello Stato. “Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia, la mafia non si vendica. Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri” aveva detto Borsellino in una delle sue interviste  consapevole della mano che lo condannava a morte.

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