di Marcello Frigeri

Anche l’assessore Zoni, prima di Bernini e dopo l’opposizione, lo ha riconosciuto: la Giunta ha decentrato considerevolmente il suo potere amministrativo, lasciando la sovranità delle decisioni alla classe dei dirigenti, e una quasi totale autonomia alle Partecipate comunali. Oggi con lo scandalo della corruzione sta pagando le conseguenze di questa strategia. Perché se è vero che lo spezzettamento del potere prevede, o dovrebbe prevedere, una maggior qualità del lavoro, è anche vero che più il potere centrale è lontano dal decidere le questioni, meno avrà il controllo sulle decisioni. In estrema sintesi: se spezzetto e assegno la mia mole di lavoro a 5 persone, avrò maggiori possibilità di raggiungere un buon risultato, ma dividendo l’attività diminuirà anche la mia capacità di controllo sui 5 soggetti, che ovviamente disporranno di una certa autonomia. Vignali in una intervista al Corriere, tentando una goffa giustificazione ai fatti gravi avvenuti ultimamente, ha detto: “Di dirigenti ne ho 40, non posso controllare tutto quello che fanno”. Ecco spiegata la drammaticità della situazione; abbiamo una amministrazione che si è dimostrata totalmente incapace nel decidere le questioni,  e che ha scelto la strada del decentramento ad un controllo semi-totale (il Comune di Parma dispone di circa 35 partecipate, ognuna con una propria autonomia d’azione). Ha ragione il capogruppo Pagliari quando, rispondendo alla critica lettera di Zoni verso la politica di Vignali, ricorda all’amministrazione che non è il periodo, quello della crisi, che è stato nefasto per la città, ma è il modello organizzativo ad averla affossata. Silenziosamente, senza che la città si opponesse, è stata eretta una colonna di società partecipate popolata da politici trombati e servili ai propri partiti, e queste società hanno in mano lo sviluppo della città. È stata la venuta a galla del sottobosco della corruzione, annidato in un sistema nebuloso di clientelismi, a ridare coraggio alla società civile che si è rivoltata contro questo sistema, che i signorotti di Palazzo hanno chiamato “modello”. E ovviamente con lo scricchiolio del sistema politico impostato fino ad ora, è venuto meno anche il potere della destra cittadina, generatrice di questo regime. Lo scrissi poco tempo fa: la piazza, oggi, ha abbastanza forza per ridisegnare gli assetti politici della destra di Parma. Ma se davvero è intenzionata a cambiare il sistema politico, allora deve puntare fino all’estremo al tramonto dell’era delle partecipate, che sono troppe, incontrollabili tutte quante, e generano debito – e non investimento, come alcuni vorrebbero far credere -. Tenendo però presente che l’inchiesta giudiziaria è oggi nella sua fase iniziale: la corruzione portata alla luce oggi è infatti la punta dell’iceberg. In poche parole sappiamo dove è iniziata, ma non dove andrà a finire, e siccome lo scandalo, quantomeno politicamente, è legato alle sorti del centrodestra, allora davvero nei prossimi mesi potremo assistere ad un nuovo assetto del sistema politico. “Si riparte dai cittadini”, dice Zoni. Ed è l’unica strada, a parer mio, attraverso la quale la destra ducale può allontanarsi dal putridume nel quale sta sguazzando. La volontà di perseguire le primarie a livello nazionale, parlo del Pdl, può essere  l’àncora di salvataggio per la coalizione locale. Certo non basterà, il modello amministrativo è agonizzante, il potere del primo cittadino ancora esageratamente indirizzato dai poteri forti parmigiani. E allora il pensiero, di riflesso, ritorna alla Piazza: in questo contesto fatto di immobilismo critico, cieco fino ad ora all’utilitarismo del cittadino – e qui le colpe sono anche di una Parma menefreghista -; in questo contesto, dicevo, è anche il movimento che si è creato sotto i Portici del Grano a riscrivere la storia politica del prossimo anno. Perché se è vero che i poteri forti, come gli industriali di Parma, sono i rappresentanti di quel potere autocratico che dai vertici della politica scende verso il popolo, è vero anche che il contropotere del popolo, se bene utilizzato, è la naturale risposta che dal basso corre verso i vertici. La politica, in questo caso i Portici del Grano, spiegava Sartori, è solo il mezzo con il quale arrivare al fine. Bisogna vedere dove sta il suo baricentro.

In quanto a Vignali, ormai lo stiamo completamente perdendo. Abbiamo un sindaco sempre più avvolto da un perenne stato confusionale, in grado cioè di confondere il sogno con la realtà. Civico di fama, non fa altro che dimostrarsi il suo contrario: si confronta con i cittadini soltanto attraverso lettere che, in estrema sintesi, si appellano al concetto dell'”io non sapevo”. Si dice sicuro che la città sia con lui perché “centinaia di persone mi mandano messaggi di solidarietà su facebook”. In realtà non appena scoppiato lo scandalo corruzione la sua pagina fu tempestata da accuse di indignati; commenti che, prontamente, i suoi yesman informatici cancellarono in gran parte. Inoltre il 4 luglio è stata creata una petizione pro sindaco, ad oggi firmata, abbastanza ridicolmente, soltanto da 50 persone, cioè uno sputacchio nel mare di Parma. È convinto che la Piazza agguerrita sia un piccolo covo (parla di 100, forse 200, persone) di tessere di partito, dall’Italia dei Valori ai comunisti: ha sempre evitato il confronto con chi gli chiede le dimissioni, ma li conosce tutti quanti dal primo all’ultimo, un indovino. Forse è convinto di essere ancora credibile, ma al contrario dimostra una totale perdita di contatto con la realtà. Non ha la lucidità per continuare ad amministrare, tanto che pure l’assessore Bernini, convinto, lo considera un “mal consigliato”, cioè un “bravo ragazzo” circondato da persone che non sono in grado di suggerirgli la giusta politica. I maligni lo definiscono un pugile suonato; in realtà, e più semplicemente, si è dimostrato di non essere un sindaco all’altezza. Caro sindaco, semmai dovesse lasciare la carica, in un paese dove la politica non sa che significhi abbandonare lo scranno del potere, le assicuro che ce ne faremmo tranquillamente una ragione.

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