di Danilo Coppe

Che la giustizia in Italia non funzioni non è solo Berlusconi a dirlo, ma lo dicono i fatti. Da quando è stato istituito il Tribunale Europeo, migliaia di Italiani sono stati costretti a ricorrevi per ottenere giustizia. Il più delle volte, nonostante il ribaltamento delle sentenze italiane da parte di Strasburgo, il cittadino non riceve comunque soddisfazione. Io stesso fui danneggiato anni fa da una assurda sentenza italica, causata da una mancata notifica giudiziaria, inviatami nella mia precedente residenza e quindi non ricevuta; mi venne poi notificato nella nuova residenza che ero stato comunque ritenuto avvisato, perché non reperibile dopo due “cartoline verdi”. La comunicazione giudiziaria diceva, in sostanza: ti scrivo (all’indirizzo giusto) perchè non sapevo dove scriverti… Pensate che, alla Cancelleria, sarebbe stato sufficiente rivolgersi all’Anagrafe di Parma…
Fatto sta che lo scherzo mi costò una cifra mostruosa (per me). L’avvocato del tempo, che non era un’aquila, fu sostituito con uno migliore, che ribaltò poi la questione. Nel frattempo però il mio esborso c’era stato e io avrei potuto ricorrere a Strasburgo. Il bravo avvocato mi pronosticò un successo a prezzo di cifre importanti (per me) per poi ottenere di entrare in una lista di creditori dello Stato, insieme ad altre migliaia. Avessi avuto soldi a palate lo avrei fatto, anche solo per poi comprare una pagina del Corriere della Sera e “sputtanare”, a livello nazionale, gli attori del mio errore giudiziario. Alla fine, come intuibile, ho soprasseduto. La cattiva opinione del sistema giudiziario nazionale, però, me la sono fatta lavorando come Consulente tecnico per varie Procure italiane. Se ho potuto conoscere magistrati coscienziosi e prudenti, ne ho però visto anche di schizzati e superficiali. In passato ho faticato non poco a tirare fuori di galera un innocente e, in questi giorni, sto assistendo all’ingiusta carcerazione di un’altra vittima di un cattivissimo procedimento penale.
Il pezzo che scrivo oggi si basa sulla lettura della sentenza del Tribunale di Milano che intima alla Fininvest di risarcire Carlo De Benedetti, ossia il manager dell’Olivetti, un ex fiore all’occhiello della nostra Nazione, che rifilò le macchine da scrivere elettroniche allo Stato Italiano, a computer già disponibili, e che quindi finirono per ammuffire negli scantinati di molti edifici pubblici. Dopo quell’affarone, la Olivetti si è anche misteriosamente “spenta”. Comunque sia, è giusto che il lettore sappia una cosa basilare. La causa intentata da Berlusconi e De Benedetti risale a circa vent’anni fa, in quanto mancava un accordo sulla spartizione della Mondadori; finì con una sentenza che faceva felici entrambi. Al Cavaliere andava la fetta dell’editoria libraria più il settimanale Panorama, mentre a De Benedetti andarono altre testate tra cui La Repubblica. Quest’ultimo non protestò ne intentò appelli. Dopo dieci anni circa la famosa “teste Omega”, al secolo Stefania Ariosto, una signora che frequentava i “salotti buoni”, un po’ come quelle che oggi vengono additate come dispensatrici di “bunga bunga”, rilasciò dichiarazioni in cui affermava di “aver sentito dire” che Cesare Previti, all’epoca avvocato di Berlusconi, avrebbe corrotto uno dei tre giudici che si occupavano di dipanare il Lodo Mondadori. Alla fine di un’inchiesta durata anni, si stabilì che gli altri due giudici erano senz’altro irreprensibili, mentre su uno continua a pesare un dubbio. Ora: se qualcuno vuole influenzare un giudizio processuale dovrebbe, quantomeno, garantirsi la maggioranza dei gestori della vicenda. Invece, secondo i magistrati milanesi (notoriamente ammiratori di Berlusconi), uno solo – il “corrotto” – avrebbe influenzato gli altri due, non certo a fronte di mazzette ma solo con “argomentazioni”. Da “profano” mi domando: ma se le “argomentazioni” erano così valide da convincere due giudici integerrimi, perché oggi Fininvest deve risarcire De Benedetti? Qual è stato il danno? Ma non è solo questo paradosso che mi sconcerta.
È anche l’importo che deve risarcire Fininvest a lasciarmi attonito: 560 milioni di euro. Lo Stato, abituato agli errori giudiziari, ha dovuto fissare un tetto per i risarcimenti. Soldi su cui poi non fa rivalsa su chi ha sbagliato nonostante un famoso ed inutilizzato esito referendario. Per esempio, se uno si fa 10 anni di galera ingiustamente, lo Stato gli riconosce al massimo 516 mila euro. La vittima però, pensate, ha, al massimo, 24 mesi per intentare la causa di risarcimento. Con la vicenda Mondadori, si è potuto invece aspettare vent’anni dall’accordo giudiziario (che, ricordo,  finì con la reciproca soddisfazione delle parti) per stabilire un risarcimento. E tale risarcimento si presuppone congruo se pari a 1000 (mille) volte (!) quello di un’ingiusta detenzione…
Non vorrei proprio che questo pezzo sembrasse un articolo di difesa nei confronti del Presidente del Consiglio. Non ho certo voglia di assurgere al ruolo di Italiano “ipnotizzato” dal Cavaliere. Non lo sono mai stato e diversi pezzi scritti su queste pagine lo testimoniano. Tuttavia, il famoso detto “due pesi e due misure” ben si adatta a frequenti diatribe processuali.
Quello che mi ero ripromesso di fare, scrivendo su Zerosette, era anche quello di stimolare il lettore a non fidarsi di una sola “campana”, per di più così rumorosa come l’”antiberlusconismo”; una “corrente di pensiero” che spesso sfocia in un tifo ottuso che è più tipico (e sensato) se riscontrato nel mondo del calcio più che in quello politico.

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