Di Cristina Pomponi

Errare è umano, perseverare è diabolico.  Credo che questa sia una delle citazioni più onnipresenti nella vita di tutti. Talvolta la si usa per farsi schermo, altre per puntare il dito contro qualcuno.
In questo caso, la seconda accezione è quella buona. Da queste stesse pagine, in passato, sia la scrivente che il Dott. Coppe abbiamo evidenziato errori compiuti in fase investigativa che poi sono andate a compromettere il buon esito delle indagini. O, peggio ancora, hanno comportato la perdita di vite umane che avrebbero potuto essere salvate, come nel caso dei fratellini Pappalardi a Gravina di Puglia e forse di Yara Gambirasio a Brembate.
È vero, l’errore è insito nella natura umana. Sfido chiunque a non averne mai commessi. Tuttavia, nel caso di indagini con rilevanza penale, questi pesano in maniera preponderante, soprattutto quando potrebbero essere evitati mettendo in atto consolidati protocolli internazionali o meramente usando il buon senso.
Negli ultimi giorni è tornato alla ribalta un cold case, quello di Serena Mollicone, 18nne di Arce barbaramente uccisa dieci anni or sono. I rumors si sono riaccesi nel momento in cui nuove persone sono state iscritte nel registro degli indagati e sottoposte al test del DNA. Fra queste, anche l’ex fidanzato di Serena.
Inoltre, la Procura ha ritenuto necessario estendere i prelievi del test del DNA anche ad altri reperti, ovvero alla maglietta, al top, ai pantaloni-bermuda e alle parti esterne degli scarponcini, del reggiseno e dei calzini della vittima. Fino ad ora, infatti, erano state repertate tracce genetiche solo sulle coppe del reggiseno di Serena, sugli scarponcini e sugli avvolgimenti di ferro.
Mi chiedo: ci volevano dieci anni per arrivare a queste conclusioni? Non era forse prevedibile ed importante prelevare subito quanti più campioni possibile?
Signori miei, è indubbio che il DNA abbia una resistenza incredibile all’azione del tempo. Studi recenti hanno permesso di individuare resti di DNA dei dinosauri all’interno di insetti preistorici cristallizzati nell’ambra. Tuttavia, queste sono situazioni di conservazione estreme e più uniche che rare.
È lapalissiano che in un’indagine, per di più per omicidio, sia più che mai importante che tutti i prelievi del caso vengano effettuati nel più rapido lasso di tempo possibile, per evitare non solo contaminazioni incrociate o l’inevitabile azione di deterioramento del tempo, ma anche per poter chiudere felicemente (e velocemente) l’indagine stessa.
Inspiegabile, per lo meno per la scrivente, anche il ritardo nel prelievo del DNA all’ex fidanzato della povera Serena. Anche non volendo scendere nel merito del caso in questione ma solo statisticamente parlando, i vincoli parentali o emotivi di una vittima sono i primi a dover essere passati in rassegna. E se questo ex dovesse risultare con la coscienza completamente pulita, tanto meglio: chi non vorrebbe vedere in galera l’assassino della ragazza che ha amato e, contemporaneamente, fornire il suo DNA per allontanare da sé sospetti ed insinuazioni?
Ma tornando a casi più recenti, mi viene anche da pensare a Sarah Scazzi: solo un mese fa sono stati effettuati rilievi sull’auto della zia Cosima per controllare che non vi fossero tracce di DNA della povera ragazzina. A quasi un anno di distanza dalle confessioni di Zio Miché. Come mai non è venuto in mente a nessuno di fare un controllino anche sull’auto della moglie? Non c’erano mica elementi che potessero escludere con certezza matematica che il contadino di Avetrana non avesse usato proprio quell’auto per trasportare il corpo di Sarah. E invece ci ritroviamo con prelievi fatti mesi e mesi dopo, quando non solo è entrato in azione il solito fattore tempo, ma anche quello umano, ovvero la cancellazione volontaria di qualsiasi tipo di traccia. Voglio dire, grazie al CSI Effect ormai lo sanno anche i sassi come si possano cancellare le tracce biologiche ed invalidare persino l’utilizzo del Luminol.
Infine, è notizia fresca (per chi scrive) che anche alcune delle prove del processo Kercher siano in bilico: nella fattispecie il DNA della Kercher sul coltello trovato in casa di Sollecito e sul quale sono state trovate tracce genetiche della Knox e quello di Sollecito sui celeberrimi gancetti del reggiseno della vittima. I periti della Corte d’Assise d’Appello parlano di “un’erronea interpretazione del tracciato” e di mancato adeguamento degli investigatori alle “procedure internazionali di sopralluogo e di campionamento del reperto”.
Ed a quest’ultima osservazione potrei personalmente aggiungere: “E non è la prima volta!”. Ma questa è un’altra storia.

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