di Danilo Coppe

Un graffio vandalico sulla nostra autovettura ci dà più fastidio della notizia della morte di 100.000 persone causata da un tifone in Bangladesh. La lontananza dagli eventi condiziona, infatti, le nostre emozioni. In più siamo assuefatti dal continuo bombardamento di informazioni rese poco penetranti in quanto ripetute con frequenza troppo ravvicinata. Ad esempio: autobomba in Afghanistan, 10 morti; oppure: esplosione in una miniera in Cina (o Sudafrica), 200 morti. Vorrei sapere quante persone si soffermano sulla notizia e magari fanno qualche istante di raccoglimento o rivolgono una preghiera al proprio Dio.  Quando le grandi tragedie colpiscono nazioni a noi più vicine, magari in Europa, allora diventiamo per qualche ora più partecipi. E’ il caso della pazzesca vicenda di Oslo. Seppure partecipando al dolore per quanto è accaduto, gran parte della stampa ne approfitta per sciacallare favorendo la propria ideologia politica. Alcuni giornali filo-destrorsi, prima ancora di avere notizie certe, hanno dato la colpa al terrorismo islamico. Alcuni giornali filo-sinistrorsi erano tronfi di comunicare che il pazzo è un estremista di destra. Cosa si perde di vista? Il diritto alla vita che avevano le vittime. Ecco, bisognerebbe occuparsi di più di “vittimologia”, ossia lo studio delle vittime. Una scienza nuova, trascurata. Tradizionalmente, attrae più il carnefice che la sua vittima. Il morto diventa un numero, l’assassino il caso da studiare.
La vicenda di Yara Gambirasio o di Melania Rea attraggono morbosamente tante persone perché, finalmente, ci si immedesima nella vittima o in chi gli stava a fianco. Le vicende umane però, dibattute fino alla nausea, spostano poi l’attenzione sul colpevole, dimenticando le vittime (fra cui i parenti stretti dei defunti) e le cose che avrebbero potute essere fatte per prevenire gli eventi o minimizzarne i danni. Ci si scorda presto che il sistema carcerario italiano consente ai detenuti di maturare ferie all’esterno come un qualsiasi altro tipo di impiego. Ci si scorda troppo presto dei molti condannati  per minacce o molestie che vengono ritenuti sufficientemente innocui da non essere adeguatamente controllati e poi sono liberi di ammazzare. Ci si scorda troppo velocemente che con ricerche meglio organizzate e gestite forse si potevano salvare proprio Yara Gambirasio ed anche Ciccio e Tore. O magari si evitavano diversi lustri di sofferenza ai genitori di Elisa Claps. Con tutte le conseguenze a catena. Se quest’ultima fosse stata trovata subito (nell’ultimo luogo dov’era stata vista!) si poteva evitare che Danilo Restivo la facesse franca e andasse ad ammazzare forse una o forse due donne in Inghilterra. Non voglio, in questo articolo, ritornare sul pensiero di che razza di coscienza sporca deve sentirsi chi poteva evitare una tragedia, che sia un magistrato, un dirigente delle Forze dell’Ordine, un consulente della Procura, qualche assistente sociale o ancora un genitore omertoso.  Quello che voglio focalizzare questa settimana è il mio disprezzo per la tendenza a dimenticare velocemente colpevoli leggerezze ed errori. Anche in Italia abbiamo notizie frequenti che tendono a lasciarci indifferenti: regolamento di conti fra clan, un morto ammazzato. A meno di non provenire dalle zone più tipicamente in odor di mafia, queste notizie ci lasciano perlopiù indifferenti. E’ sbagliato. Inevitabile e comprensibile, ma sbagliato. Poi ci sono innumerevoli notizie “minori” dimenticate che riguardano le sentenze “creative” ed assurde del nostro sistema giudiziario.  Ne avevo stilato un elenco anni fa su queste pagine. Giova ricordarne qualcuna: se sei un Rasta puoi spacciare droga agli altri Rasta perché rientra nella sfera della propria religione; se sei un Indiano Sikh puoi girare con un coltellaccio perché accessorio “culturale”; se sei Talebano puoi girare mascherato; se sei un pastore con un gregge di pecore puoi detenere 50 dosi di hashish; se sei straniero (e gay) e nel tuo Paese di origine l’omosessualità è punita, non verrai estradato nemmeno se commetti un omicidio. Ecco cosa intendo per sentenze creative. Poco importa se poi, a seguito di questi capolavori della Cassazione o di qualche giudice ordinario, un ragazzino muore di overdose, una ragazza viene accoltellata, un innocente sta in galera o un colpevole se ne sta libero. L’Italia si è completamente scordata di un recentissimo episodio che meritava ben altra attenzione: il Tribunale dei Minori di Bologna, competente per tutta la Regione, ha emesso una sentenza “emetica” riguardo ad una bambina Rom costretta dai genitori a non andare a scuola. Il Giudice incaricato ha scagionato i genitori e, soprattutto, consentirà alla ragazzina di non andare a scuola poiché “…questa usanza rientra nella tradizione culturale dell’etnia della ragazzina stessa…”. Una decisone che fa “scopa” con un’altra che, per lo stesso motivo, perdonava i furti degli Zingari. Ma si rendono conto i giudici di che “precedenti” creano con sentenze che contravvengono a precisi articoli del Codice Penale che vale per tutti coloro che, a diverso titolo, soggiornano in Italia? In Italia la LEGGE dice che la scuola dell’OBBLIGO va frequentata da tutti. I minori, in particolare, devono essere tutelati dalla LEGGE. Altrimenti, con questo criterio verrà legittimata, prima o poi, anche l’INFIBULAZIONE o il MATRIMONIO DELLE DODICENNI CON VECCHI BAVOSI. (E’ di questi giorni la notizia che, proprio a Bologna, una ragazzina disperata ha bevuto l’acido muriatico piuttosto che sottostare alla volontà dei genitori al suo matrimonio “combinato”).
Se non temessi di perdere tempo con un processo per calunnia scriverei con ben altro tono. Meglio che mi fermi qui.

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