Published On: Gio, Set 8th, 2011

SICUREZZA – Forse non tutti sanno che…

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di Danilo Coppe
Rubo il titolo di una famosa rubrica della Settimana Enigmistica per riferire, almeno ai Lettori di Zerosette, un’informazione che ho avuto diverso tempo fa “di prima mano” dagli amici militari di stanza in Afghanistan.
Tale notizia disturberà quelli che attribuiscono agli attacchi terroristici alle forze alleate, una sorta di dignità nel perseguire una “resistenza” contro l’esercito invasore. Le notizie che arrivano da pressoché tutti i TG sono che la tal bomba che ha ucciso il militare italiano o americano o inglese è l’ennesimo attacco dei Talebani che resistono all’affrancamento della nazione afghana dall’integralismo religioso.
Mi ero chiesto già l’anno scorso come mai nei mesi di giugno, luglio e agosto si assista all’incremento il numero dei morti della coalizione militare di cui facciamo parte. Come mai, mi domandavo, questa recrudescenza nei mesi più caldi? La risposta che mi hanno dato alcuni amici che combattono in loco era all’insegna della sorpresa per la mia ingenuità. Quelli sono infatti i mesi del raccolto del papavero da oppio e dei trasporti dello stesso. Indovinate qual è la regione, fra quelle che costituiscono lo Stato afgano quella tra le più ricche di coltivazioni intensive? Proprio la Provincia di Herat, ossia quella che dovrebbe essere sotto il controllo del contingente italiano.
E allora, perché questa intensificazione degli attacchi durante il periodo dei raccolti? Semplice: per creare diversivi, per concentrare l’attenzione su determinate zone e per ridurre il numero delle  pattuglie in altre. Insomma, tutte quelle operazioni che possono disturbare la principale fonte di guadagno dell’intero Afghanistan. I miliziani talebani, in fondo, se ne fottono di dover mantenere il vecchio regime che predicava il burqa o la sottomissione culturale delle donne. Certo, gli scoccia anche di aver perso quello; ma, in primis, sono ossessionati dal perdere la principale fonte di guadagno con la quale, fra l’altro, si finanziano anche l’acquisto di armi e “martiri”. Certo anche altri Stati canaglia fingono di essere filo occidentali e poi, nel nome di Allah, conducono la loro Guerra Santa a distanza, foraggiando le varie guerriglie islamiche sparse per il mondo. Altrimenti non si spiegherebbe come fanno un branco di pastori analfabeti a contrastare l’armata alleata. Il premier Karzay, di contro, deve mediare fra la sua immagine di sovrano riformista e la necessità di creare un’alternativa all’oppio quale fonte di sostentamento di milioni di Afghani. Non è facile rimpiazzare un prodotto ad alto costo come il papavero maledetto, con pistacchi o arachidi. Come potrebbe creare una parvenza di PIL senza questa risorsa, che da secoli rappresenta la fonte principale di sostentamento per tante famiglie?
Quindi la guerra in Afghanistan non è soltanto una guerra per liberare una nazione da un opprimente gioco religioso e culturale. È anche una guerra contro i trafficanti di morte. Purtroppo il problema non è affrontato alla radice. Quanto credete che ci metterebbero gli Americani a “napalmizzare” i campi di papaveri? Il problema è che questo genere di azioni verrebbero considerate un’ingerenza negli affari interni di una Nazione. Un compito che spetterebbe alla Polizia locale. Quindi, quando fa comodo, con il suo indotto, la macchina bellica alleata va bene che stia lì dov’è. A Karzay viene l’orticaria ogni volta che si parla di ritiro delle truppe. Dall’altra i nostri soldati devono occuparsi solo di contenere le sacche di resistenza talebana.
Fatto sta che anche questa guerra, come tante altre, si è trasformata in un cul de sac, come dicono i mangialumache. Andarsene perché c’è stato un morto fra i nostri soldati è il ritornello che ci accompagna ogni volta. Con provenienza politica ormai “bipartisan”. Invece è proprio il momento in cui bisogna restare. Altrimenti si darebbe l’impressione, ai pastori analfabeti, che un cazzotto ben assestato può sconfiggere una corrazzata. Altrimenti si vanificherebbe il sacrificio di tanti eroici soldati. Altrimenti si darebbe l’impressione che una religione schiavista riesce ad alimentare un fuoco di ideali che può bruciare la bandiera della Libertà. Altrimenti si renderebbe facile il lavoro dei merdosi spacciatori di droga che uccidono migliaia di ragazzi la cui unica colpa è quella di essere smidollati.
Certamente andrebbero cambiate le “regole di ingaggio”. Per citare ancora un modo di dire dei cugini francesi, bisognerebbe andare à la guerre comme à la guerre.
Invece ci si sforza di essere politicamente corretti anche in battaglia.
Soldato alleato: “Scusi signor talebano, Le dispiace se le sparo una raffica di mitra?”.
Talebano: “Un po’ sì, mi dispiace, perché non ho ancora caricato il mio RPG”.
Soldato alleato: “Allora prego, faccia pure, carichi la sua arma. Io aspetto”.
Talebano: “Grazie cane infedele, adesso posso ucciderti”.
Invece ce ne dovremmo andare, dopo un’offensiva massiccia. Dopo aver stanato il maggior numero di nemici e dopo aver vomitato tanto napalm sopra le piantagioni di papavero da oppio. Ormai gli eserciti regolari locali sono stati istruiti. C’è un governo, seppur litigioso, a causa delle rivalità tribali fra diverse etnie. Che si arrangino. L’operazione principale, ossia la cacciata dei Talebani, è stata effettuata. Ora serve solo un elegante pretesto per andarsene. Certamente non lo è la morte di un nostro soldato.
Anche ai talebani converrebbe smettere di uccidere. Se dessero l’impressione di essere stati sconfitti vedrebbero partire l’invasore. Poi potrebbero riorganizzarsi con calma e ritentare un rovesciamento del debole governo. Perché non arrivano a questa semplice strategia? Semplice: sono analfabeti e quindi si fanno manovrare da altri appena meno analfabeti. A cui tutto sommato fa comodo che le cose continuino così. Vivere giocando a bastonate.

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