Published On: Mer, Set 21st, 2011

ATTUALITA’ – E se non ci fosse internet?

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di Marco Mirabile

In una democrazia sana i cittadini devono essere informati e consapevoli, devono essere messi nella condizione di poter fare scelte autonome e mature. E se in Italia la televisione è ancora il canale privilegiato per l’apprendimento delle notizie, non c’è da rallegrarsene. Non sono poche, infatti, le questioni centrali del nostro tempo che non trovano mai spazio nell’informazione e nei programmi di approfondimento della Rai. È dal 1975, anno della riforma del sistema radiotelevisivo, che i partiti che si sono succeduti nella storia politica del Paese hanno sistematicamente imposto le scelte della televisione di Stato. E mai come oggi si è avvertito il peso della censura sui fatti che accadono e che non sono raccontati. Se la realtà viene cancellata dall’agenda televisiva, scompare anche dall’agenda politica. Scompare il dibattito sul debito pubblico, sull’immigrazione, sul welfare; non si parla di concorrenza e di tutela del consumatore; si ignorano l’ecologia, la riforma dello Stato, la riforma elettorale, l’Europa; non si affrontano questioni delicate come giustizia e carceri, droga, sessualità; scompare il dibattito sul rischio sismico e sulla ricostruzione dell’Aquila.

È un fatto di triste inadempienza: la televisione che i cittadini pagano (o dovrebbero pagare) nasconde l’informazione, e nel peggiore dei casi la deforma. In uno Stato democratico ciascun cittadino ha diritto a un’informazione obiettiva, completa, leale e aperta, tanto più se fornita da un pubblico servizio. È proprio il Testo unico della radiotelevisione a recitare, all’art. 3: «Costituiscono principi fondamentali del sistema radiotelevisivo il pluralismo, l’obiettività, la completezza, la lealtà e l’imparzialità dell’informazione, nonché l’apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche, sociali, culturali e religiose e la salvaguardia delle diversità etniche e del patrimonio culturale, artistico e ambientale». E anche all’art. 7, in cui si afferma che «l’attività di informazione radiotelevisiva costituisce un servizio di interesse generale che deve garantire la libera formazione delle opinioni», ovviamente attraverso il pluralismo. Invece la Rai è vista come un’azienda statale che va moralizzata o sterilizzata, dove far comunicazione sembra voler dire solo produrre telegiornali, varietà e fiction, e dove invece dovrebbe esser fatta resistenza alle strategie di accentramento del potere. La televisione di Stato dovrebbe esistere come garanzia di un’area di comunicazione inattaccabile, sia dalle oligarchie imprenditoriali, sia dalla classe politica di turno che vuole uniformare tutta la comunicazione del Paese, in nome di alcuni interessi di parte. E se la politica non riesce a uniformarla, ecco che ci riprova col disimpegno, il varietà o la cronaca nera. Come dire: o li indottriniamo o li inebetiamo. Non è casuale la trasformazione della tv in tette, magia e occultismo, sarabande posticce di folletti, menestrelli, diavoli e scimmie urlatrici. La classe dirigente che gestisce in modo famelico il servizio televisivo di Stato si rende complice del pubblico menefreghismo, e intanto maschera in modo goffo e isterico la reale mancanza di politiche specifiche per il Paese.

A confronto della nostra rassicurante rete internet, indiscutibile contenitore di realtà, c’è da domandarsi se la tv di oggi non sia solo una carovana di cavolate, o com’è stato detto con un certo gusto del patetico, una grossa artiglieria di menzogne accuratamente pianificate.

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