Si è spento a Roma all’età di 81 anni Walter Bonatti, la leggenda dell’alpinismo italiano, le cui imprese hanno segnato per anni la metafora della ripresa italiana durante il secondo dopoguerra. Originario di Bergamo, Bonatti ha passato la sua vita tra le montagne, prima come alpinista, poi come scrittore.
Inizando come guida alpina nel 1948, Bonatti prova la sua prima grande impresa nel 1950, scalando la vetta del Grand Capucin, sul Monte Bianco. Un’esperienza in un primo momento fallimentare, ma che lo vede trionfare appena un anno dopo e, per primo al mondo, porta i suoi piedi sulla cima innevata. Ma il Monte Bianco regala tante altre emozioni all’alpinista bergamasco, che ha scalato anche il pilastro sud-ovest del Petit Dru, la Poire e il Pilone centrale del Freney. Si ritirerà dalle montagne con il botto, scalando per primo, in solitaria, il Cervino nel 1965. Ma la sua impresa più celebre, che Bonatti ha sempre definito come crudele per i risvolti che ha avuto, è quella che gli ha fatto intravedere il K2. Nel 1954, a soli 24 anni, partecipa alla spedizione italiana capitanata da Ardito Desio: una spedizione che porterà in cima solo Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, e che per molti anni è rimasta al centro delle polemiche. L’alpinista infatti fu costretto a bivaccare a oltre 8.000 metri di quota salvandosi miracolosamente. Un lungo caso giudiziario che vedrà però riconoscere la versione di Bonatti come unica possibile e vera, sia dal tribunale che dal Cai.

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