Published On: Mer, Set 28th, 2011

FOCUS – Manovra: il gioco preferito da Tremonti

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di Maria Teresa Improta
Ombrelloni in soffitta e finanziaria sul tavolo. La ‘manovra di Ferragosto’ è ormai legge. Non c’è scampo, non si sfugge. I mercati premono, l’Europa richiama all’ordine i bilanci barcollanti del Belpaese ed il ministro Tremonti non può che chiedere agli italiani di sacrificarsi. Un ennesimo sacrificio, altra linfa che dai portafogli dei cittadini migrerà nella voragine del debito pubblico. Non è il primo, solo nel 2011 l’intero Stivale ha subito il Milleproroghe di febbraio, la manovra correttiva di luglio ovvero il famoso ‘decreto Tremonti’ e adesso la finanziaria bis.  E non sarà neanche l’ultimo sangue che gli italiani dovranno versare nelle casse statali. Si vocifera sia già in cantiere una manovra tris, da approvare prima che arrivi l’inverno. Ebbene sì. Perché Tremonti pur ossigenandosi nel natio Parco dello Stelvio ha dimenticato un particolare, il costo del denaro. Ed i conti non tornano più. Trascorse due settimane dall’entrata in vigore del decreto, l’Italia non è ancora credibile a livello finanziario. La ragione sta proprio in questa manovra economica studiata al solleone che ha dimenticato lo sviluppo e la crescita del Paese. Solo tagli. Nella finanza però, chi di tagli ferisce, spesso di tagli perisce. Chi compra il debito pubblico di un Paese che non investe né sui giovani, né sull’innovazione, né sull’istruzione, né sulla ricerca e soffoca con sforbiciate enormi sanità e giustizia o è un kamikaze votato alla beneficenza o pretende un profitto sul rischio che si assume investendo in un’economia stagnante.
In borsa vale la seconda regola. Il rischio rende, produce utili. Utili che lo Stato deve pagare a chi acquista i titoli, ma di questo il ministro dell’economia del governo Berlusconi pare essersi dimenticato. Il decreto legge 13 agosto 2011, n. 138 approvato il 14 settembre dalla Camera, come di routine con voto di fiducia, prevede che il Tesoro recuperi 54 miliardi di euro in poco più di due anni così da raggiungere nel 2013 il pareggio di bilancio.
L’Italia riuscirà finalmente a coprire la spesa pubblica con le proprie entrate. Ma come farà senza investire? Tremonti è noto per la sua ‘finanza creativa’ e anche questa volta non delude. Innanzitutto il decreto aumenta l’Iva, una tassa ‘equa’, che colpisce indirettamente ed indistintamente tutti, a prescindere dal reddito. Dal 20 al 21%. Poi si provvede a recuperare i soldi evasi al fisco dando carta bianca ad Equitalia che, come recita il testo della manovra, viene autorizzata ad avviare “ogni  azione  coattiva necessaria al fine dell’integrale recupero delle somme dovute  e  non corrisposte, maggiorate  degli  interessi  maturati”. Meno burocrazia per le imprese, soprattutto per le nuove imprese, un’iniziativa cui fa eco l’idea di del ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta di annullare tutte le certificazioni inutili, anche quelle antimafia. Le autocertificazioni bastano e avanzano secondo il Piano Brunetta. Per ridurre le spese la manovra provvede ad accorpare tutto lo scibile degli uffici pubblici e degli enti locali partendo dagli uffici giudiziari sino ad arrivare ai Comuni fino a 1000 abitanti. Si passa poi alla tassazione dei titoli di rendimento. Un’iniziativa che a rigor di logica dovrebbe però scoraggiare i risparmiatori che investendo in azioni vedrebbero i loro ricavi meno remunerativi del solito, fungendo più da blocco che da volano per l’economia. Cavillo che viene risolto dal ministro con l’inserimento di un proclama che da sempre riscuote consenso tra i cittadini: la riduzione del numero di politici. Viene dimezzato il numero di assessori e consiglieri provinciali e ridotto il numero di quelli regionali in base agli abitanti sul territorio.
Per i Comuni, i tagli della politica colpiscono solo i paesini con meno di diecimila abitanti. I parlamentari invece non si toccano, o meglio ritoccano un po’ lo stipendio “per la parte eccedente i 90.000 euro lordi l’anno”, ma lo status quo in sostanza non varia. Avremo ancora 630 deputati e 315 senatori. Ai lavoratori infine si applica il dictat di Marchionne: deroga ai contratti nazionali ad oltranza. Un provvedimento che non piace né agli operai, né agli impiegati e stranamente neanche agli industriali. Un provvedimento, inserito nell’articolo 8 del decreto legge, che è riuscito ad ‘unire nella lotta’ Confindustria, Cgil, Cisl e Uil sovvertendo 60 anni di diritto del lavoro. Un’opera d’arte. “Una norma pericolosissima” secondo la Cgil che  crea “caos nelle relazioni sindacali e scatena una concorrenza tra le imprese basata sulla riduzione delle tutele e delle retribuzioni dei lavoratori”. Così l’Italia pensa di risalire la china della recessione economica. L’Europa non è convinta. E non lo sono neanche gli italiani che chiamati alle armi per combattere la crisi assistono agli starnazzi di un Governo che gattopardescamente cambia tutto affinché tutto resti uguale. Un esempio? I contributi all’editoria. Un miliardo di euro che gli italiani sborsano per mantenere in vita giornali con fatturati milionari. Una voce di bilancio che il ministro Tremonti non ha neanche sfiorato.

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