di Marco Mirabile
Se i primi tre anni di governo Berlusconi sono stati caratterizzati da una pressoché totale inerzia politica (protagoniste solo le vicende personali del Premier e le arcinote polemiche nei confronti della magistratura), gli ultimi tre mesi sono stati la prova evidente di un’agenda così fitta da far girare la testa anche al più esperto dei consulenti. E vuoi per il caldo, vuoi per le pressioni dei mercati finanziari, il vaglio della manovra finanziaria per il pareggio di bilancio è sembrato più un miraggio che un traguardo.
Infatti, il via vai di provvedimenti che sono entrati e usciti dalla finanziaria di ferragosto sembrava aver terminato la corsa con il vertice di Arcore: un documento di ampio consenso scolpito nella pietra da Berlusconi, Bossi e Tremonti. Tant’è vero che il Premier l’indomani s’era dichiarato soddisfatto. Invece no. I dubbi su quali tagli e quali tasse imporre al nostro Paese sono tornati, accanto alle cifre, e in particolare accanto al saldo della manovra, unica certezza della finanziaria di agosto, quei 44,5 miliardi di euro che hanno cominciato a vacillare appena dopo il vertice. Secondo “Il Sole 24 Ore” all’appello sarebbero mancati 4 miliardi di euro, una cifra che per le urgenze storiche che stiamo vivendo non si poteva certo dire trascurabile. Quindi come tamponare quest’errore del Ministero? Con la corsa al provvedimento più creativo (unico denominatore comune delle varie proposte l’intangibilità della casta). Prima si è parlato di contributo di solidarietà a carico dei dipendenti pubblici e privati, che doveva portare 3,8 miliardi entro il 2014; poi di riduzione degli sgravi alle cooperative, che però avrebbe portato solo 715 milioni di euro; la parte dei tagli agli enti locali per 2 miliardi è sparita appena dopo la protesta dei sindaci. E dire che la ciambella di salvataggio dei conti doveva arrivare dalle novità del vertice di Arcore: il taglio alle pensioni ottenuto cancellando gli anni di laurea e il militare: saldo previsto 1,5 miliardi di euro, ma ora sparito anche questo. L’ultima correzione ha riguardato l’eterna panacea di tutti i mali: la lotta all’evasione fiscale. È da lì che si dovrebbero recuperare i soldi persi, grazie al coinvolgimento dei Comuni, anche se mettere una cifra accanto ai futuri ricavi da contrasto all’evasione è come vendere la pelle dell’orso prima di averla cacciata, è imprudente, e i conti dovranno tornare per forza: l’Europa e i mercati ci guardano. Intanto mentre il ministro Tremonti ammette gli errori nell’elaborazione della manovra, il governo anziché fare mea culpa o riflettere su come uscire da questa situazione tragicomica (tre correzioni in altrettante settimane sono davvero troppe) sfoga tutta la sua impotenza sui lavoratori.
Di fatto grazie a un accordo tra sindacati e aziende sarà più facile licenziare. Come dire, chi se ne importa dei diritti: e allora lo spettacolo indegno che sta andando in scena sugli schermi del paese, che prevede anche i redditi online ma senza nomi, il ritorno delle feste laiche e delle tredicesime, il carcere per i maxievasori con norma rigorosamente non retroattiva, è la cifra di un governo che brancola nel buio.
A questo punto vien da chiedersi: e se a scrivere la manovra per il pareggio di bilancio fossero stati anche i comuni cittadini? Secondo Ernesto Belisario, avvocato esperto di diritto informatico, ne sarebbero derivati tanti benefici: “Comincio a vedere un distacco troppo evidente tra quello che succede nel resto del mondo, in cui c’è un coinvolgimento nelle politiche di bilancio, e da noi. Che siamo ancorati a schemi ottocenteschi, in cui apprendiamo dell’esistenza di una manovra dopo che è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale”. Insomma, dietro ai ripetuti fallimenti, di merito e di metodo, dell’esecutivo rispetto alla correzione dei conti pubblici, Belisario scorge una montagna di opportunità perdute e, di conseguenza, risparmi perduti. E dire che sarebbero a portata di mano. (Marco Mirabile)

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