di Marco Mirabile

Governo debole ma inamovibile. Berlusconi è a pezzi ma ha i numeri, gode di una rendita numerica «invidiabile»: è riuscito a ingessare la maggioranza riagganciando Bossi e qualche «ibrido di centro», gli «scilipotiani», i futuristi pentiti e i cosiddetti responsabili. Eppure è a pezzi. A questo punto si ha il sospetto che il Premier non pronuncerà mai una sola parola suscettibile di irritare Bossi, preferendo il silenzio di fronte, ad esempio, alle proposte secessioniste, e annegando l’elenco delle priorità di programma in un fraseggio abile e ambiguo, buono a tutti gli usi: «lavoriamo per il Paese, andremo avanti, faremo le riforme», le stesse cose del ’94 ma più annacquate.

In Parlamento il Premier sta giocando una partita soltanto numerica, miope e abbastanza ovvia. Miope perché non può e non ha più voglia di investire sui contenuti, e ha contro di sé tutte le parti sociali (sindacati, Confindustria, Abi, Cooperative e tutte le associazioni di categoria). Ovvia perché dalla poltrona di Montecitorio il Cavaliere si può difendere meglio.

Berlusconi guarda la debolezza tattica dell’opposizione, forse per l’ultima volta, e punta tutto il suo capitale politico sul rapporto con la Lega, rimanendo attaccato al «punteggio» come in una sfida sportiva. Non vuole saperne di una coalizione d’emergenza con chi dal centro tende la mano a intermittenza. E così paga questa singolare sfida con un drammatico indebolimento politico del governo. La fiducia «tecnica» concessa a ogni riunione del Parlamento potrebbe essere ogni volta il preannuncio della fine, e invece no.

E pensare che nella Prima Repubblica sarebbe stato così. Una volta i governi cadevano con niente, c’era un rispetto del codice etico della politica che oggi ci sogniamo. Ricordate la «lite delle comari»? Quello scontro politico avvenuto nel 1982 tra i ministri Beniamino Andreatta e Rino Formica, che culminò con la caduta del secondo governo Spadolini: fu solo un timido scambio di appellativi tra ministri, le parole incriminate erano “nazionalsocialista” e, appunto, “comare”. A ripensarci vien da sorridere, il confronto con la situazione attuale fanno sembrare gli anni ottanta un paesaggio naïf.

Nella Seconda Repubblica, invece, far cadere un governo è complicato, se hai i numeri vai avanti, anche a suon di processi, di sfiducie e di vilipendi. È cambiata la cultura politica: si ostenta un atteggiamento arrogante e celodurista come segno di forza. Passa il concetto che «se non ti schiodi sei un gallo». Ma evitiamo ingenuità,  non si tratta solo di cultura: Berlusconi può sperare di tenere incollati i suoi alleati ancora a lungo soprattutto perché la casta è determinata a lottare per la sua autoconservazione.

Per il Premier il governo d’emergenza è una bestemmia: «qualsiasi altro governo rappresenterebbe un tradimento nei confronti degli elettori», ripete sfoderando la solita arma dello slogan, e in ciò sbagliando clamorosamente, perchè gli italiani eleggono un Parlamento e non un governo. Eppure il «governo tecnico» invocato dalle opposizioni è solo un altro modo di dire «governo bipartisan», e viene proposto per non abbandonare la gestione dell’Italia in una fase di vuoto di potere, o per portare a termine alcune cose che non è possibile posticipare a fine legislatura.

Il governo dei tecnici rappresenterebbe una «breve vacanza» dalla, e della, politica, col vantaggio che i «tecnici» rispetto ai politici non devono rendere conto agli elettori, non hanno il problema di essere rieletti, possono prendere decisioni in totale libertà senza preoccuparsi del consenso. Non sarà forse questa la strada migliore? Non perché sia auspicabile uno scollamento della classe politica dalla realtà, già fin troppo scollata, ma perché senza l’ombra del «consenso» il Palazzo potrebbe tornare a ragionare sui progetti politici utili al Paese.

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