di Marcello Frigeri

Poniamoci un quesito: se la crisi economica, come sta accadendo, cambierà il modo di vivere la contemporaneità, siamo proprio sicuri che le società occidentali, stanche dell’incoerenza dei governanti, si lasceranno ancora dominare da queste classi politiche oligarchiche?
L’altro giorno discutevo su Facebook con l’Onorevole Stracquadanio riguardo al futuro della democrazia. Mentre l’Occidente e il medioriente scoppiano sotto la tramontana furiosa delle rivoluzioni, causate dalle dittature nostre amiche e dalla profonda crisi economica, lui pensava bene di parlare sul suo profilo delle barbarie – le intercettazioni – che coinvolgono il premier e le puttane che, con un eufemismo, chiamiamo escort. La Rivoluzione del 14 luglio in Israele; la rivolta dei gelsomini in Tunisia; la crisi economica e democratica del capitalismo; gli indignados in Spagna; gli indignati italiani; gli scontri a Londra, cuore del liberalismo; la rivolta in Siria: stiamo entrando in una nuova epoca storica, e non solo non ce ne accorgiamo, ma i vari Stracquadanio sono ancora curvi su se stessi e sulle scartoffie di legge per trovare la soluzione ai problemi del premier. Il fatto è che capitalismo e democrazia rappresentativa stanno attraversando una crisi che potrebbe cancellarle dalla faccia della terra. Lo feci presente all’onorevole ma lui, sicuro di sé, rispose che il capitalismo ha attraversato varie crisi, ma sempre ne è uscito indenne. Capitalismo e democrazia rappresentativa, se cadono, cadono insieme, essendo l’uno  la longa mano dell’altra. E quello che ci raccontano i fatti oggi è che mentre in Medioriente gli indignati esasperati dalle dittature pretendono la democrazia, in Occidente si è stanchi del suo modello rappresentativo. La domanda allora è: il capitalismo è arrivato alla fine? Suo breve almanacco storico: fu Engels, assieme a Marx a fine ‘800, a ipotizzare che la rivoluzione socialista sarebbe stata la conseguenza inevitabile del declino dell’economia capitalistica. Il problema, all’epoca, è che si pensava che la prima rivoluzione industriale fu l’apice del capitalismo occidentale, in realtà al suo inizio. Lenin, poi, nel 1915 pubblicò L’imperialismo ultimo stadio del capitalismo, nel quale il primo conflitto mondiale veniva identificato con la crisi finale del sistema capitalistico ipotizzata da Marx. E anche questa volta la teoria fu un fiasco. Anche la crisi economica del 1929 venne interpretata, per la sua gravità, come una prova del suo declino.
Di conseguenza si pensò che il colpo finale ad un sistema paranoico come il capitalismo sarebbe arrivato al termine della Seconda Guerra Mondiale. Eppure è vivo ancora oggi, nonostante stia attraversando la più grande crisi economica della storia dell’uomo. Per questo possiamo definirlo un modello economico fragile – viste le varie crisi che ha affrontato da un secolo a questa parte – ma non sufficientemente fragile da implodere.
Oggi, però, le rivolte sfociate nel cuore delle democrazie occidentali (Italia, Spagna, America, Inghilterra) portano alla luce un nuovo fatto: al modello di sviluppo occidentale è venuto a mancare un importante fattore:
la coerenza. E non è poco.
Ad ogni regime, democratico e non, dalla parte del cittadino si è sempre chiesto coerenza. Significa che se un regime governativo si prefissa degli obiettivi a lungo o a corto termine, questi obiettivi, che diventano promesse nei confronti della società, devono essere raggiunti. Il sistema feudale, ad esempio, è funzionato discretamente per diversi secoli. I patti erano chiari: i contadini e gli artigiani lavoravano e mantenevano la comunità, mentre i signori, in cambio, li difendevano dai nemici esterni. Quando poi il patto venne meno, ed i signorotti si trasferirono a Versailles imparruccati e imbellettati, delegando il potere di difesa ad altri, la borghesia li cacciò a pedate.
Le rivolte di oggi, insomma, rispondono all’incoerenza della democrazia rappresentativa. Tante le promesse mai mantenute, in primis i diritti individuali, soprattutto
quello al lavoro, oggi sempre più precario. Ritorna dunque perentoria la domanda dell’incipit: quanto a lungo questo modello di sviluppo controllato dalle oligarchie al potere manterrà schiavi la società occidentale?

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