di Giuseppe Facchini
Tre ore di dibattito, 15 interventi di altrettanti protagonisti della cultura parmigiana e un interrogativo che resta sempre più aperto: quale futuro per la città di Parma? Sabato pomeriggio il Teatro Due doveva essere il posto dal quale ripartire per una comunità che non vuole più essere descritta in tutto il Paese come la capitale del malaffare. Si doveva proporre, cercare delle soluzioni, coinvolgere tutti, ma alla fine dell’incontro il risultato non è stato quello auspicato.  Si è parlato di tutto e niente, con considerazioni effettive riguardo la situazione di Parma fatte solo di sfuggita. Quanto emerso, invece, è l’abissale distanza che ancora c’è tra quelli che si definiscono intellettuali e la maggior parte della gente. C’era tanta attesa e curiosità per quello che si sarebbe detto, con la Sala Bignardi inizialmente stracolma di cittadini indignati, che hanno preferito sedersi ed assistere ad una tavola rotonda piuttosto che mettere a ferro e fuoco la città. Le aspettative per molti sono state però deluse e lo dimostrano i posti vuoti registrati alla fine del convegno. L’emozione era palpabile, tutti pronti a fare la propria parte. “Io sono andata con pentole e fischietto sotto la piazza per protestare contro l’amministrazione -ha detto poco prima dell’inizio Annamaria Cavalli, docente di Letteratura Italiana dell’Università di Parma- ma ci vogliono anche delle proposte, che se partono da docenti universitari, dagli intellettuali e dalla gente che si è sempre occupata della socialità di Parma, è una cosa ottima. Non siamo politici, ma abbiamo un’etica della polis e le nostre proposte vorrebbero pensare ad un futuro migliore per tutti. Tra noi qualcuno potrà pensare di collaborare in modo  fattivo per la politica della città, ma l’idea di oggi è un’altra: Grido d’allarme vuole dare il suo contributo con propositi nuovi, progetti per tutti e da qui far nascere qualcosa di costruttivo. Chissà che non si possa esportare il nostro modo di fare in altre parti. Gli indignati della città, al grido di Parma libera l’hanno liberata davvero: magari gridando Italia libera si può ottenere lo stesso risultato”. L’attesa si carica di ulteriori aspettative, ma dentro la sala le cose cambiano. Luci soffuse, tante belle immagine proiettate sul maxischermo, ma pochi giovani pronti all’ascolto. Ecco il primo dato negativo dell’iniziativa realizzata dall’associazione “Grido d’allarme” : l’età media dei  presenti era molto alta, c’è da lavorare anche su questo. Poi si parte con gli interventi: l’architetto Carlo Quintelli tiene le fila del discorso, ma il primo a dire la sua è Umberto Squarcia, docente e pediatra di fama internazionale, che lancia il primo grido d’allarme: “In città sta nascendo un nuovo Ospedale dei Bambini, ma nessuno si sta preoccupando del suo personale. Molti pediatri che stanno per andare in pensione non vengono sostituiti. Ecco il primo punto sul quale lavorare”. Applausi, la platea approva. E poi? Inizia la noia: la tavola rotonda che doveva riguardare Parma si trasforma in un convegno sull’umanità.  La maggior parte degli interventi dimentica l’obiettivo della loro presenza e si parla solo in maniera retroattiva, analizzando quello che è stato: l’industria alimentare di un tempo, l’università che fu, il territorio depauperato, la cultura calpestata, i tagli alla ricerca, la storia del volontariato e tanto altro. Ma queste cose si sapevano già e nel frattempo lo stanzone comincia a svuotarsi e ad assomigliare all’Aula del Parlamento: c’è chi parlotta col vicino di posto, chi smanetta col telefonino, chi sbadiglia, che legge il giornale, chi ascolta a bocca aperta e sguardo perso nel vuoto e chi (la mia vicina di seggiola) si addormenta!
Solo pochi interventi svegliano ed animano un po’ la situazione, come quella dell’illuminata e, come qualcuno non ha tardato a definirla, passionaria Lucia Fornari Schianchi, già Soprintendente dei Beni Storici e Direttrice della Galleria Nazionale di Parma. “Ma siamo qui per fare proposte o per compiacerci? La città ha bisogno di svegliarsi e non di raccontarsi”. E partono gli applausi di quelli che ancora aspettavano un intervento così. “Non è più tempo di lasciar correre. Parma può dire ancora tanto, ma se siamo arrivati a questa situazione è colpa di tutti, pubblici e privati. Pensiamo concretamente a cosa fare, ad esempio, del Monastero di San Giovanni, con cinque monaci ottantenni: quando non ci saranno più cosa ne facciamo di quel posto? Un albergo come l’Ospedale Vecchio?”. Ancora applausi, perché era di quella grinta e di quelle domande che la gente aveva bisogno ed i presenti se ne accorgono troppo tardi.
Solo alla fine si dice quello che ci si aspettava. “Basta a costruire sul costruito” afferma Carlo Quintelli, da tempo progettista di un nuovo polo universitario proprio all’Ospedale Vecchio, aggiungendo che “in tutti i quartieri c’è poi bisogno di un centro per migliorare i servizi, le opportunità e l’integrazione sociale”. Poi tocca alla professoressa Cavalli concludere con un’altra questione: “Abbiamo tanti studenti fuori sede, ma mai che ci sia un impegno serio per agevolarli in una città con affitti più alti della media. Amministrazione e Università hanno smarrito l’importanza del dialogo e questo deve cambiare”.
Alla fine è il pubblico rimasto sino al termine (con tanti esponenti politici di centrosinistra) a cercare di migliorare il tiro. Un’audace spettatrice domanda “Ma perché non parliamo della città? E dov’erano gli intellettuali quando stava cambiando la situazione di Parma? E gli industriali (uno dei 15 interventi è stato anche quello di Stefano Massari, dell’Unione degli Industriali)?”.
Ecco, forse di questo bisognava discutere dall’inizio e magari lo si farà, visto che quello di sabato era solo il primo incontro degli intellettuali di Parma. Primo, però, che alla fine dei conti è stata un buco nell’acqua. C’è ancora molto da fare soltanto per avanzare delle proposte, guardare avanti e smetterla di piangersi addosso: serve soprattutto questo per riavvicinare intellettuali al resto della gente.

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