di Michele Panariello
Parte l’anno scolastico partono le manifestazioni studentesche per un autunno che si preannuncia caldo non solo per i palazzi della politica ma anche per una scuola pubblica ridotta all’osso e per una nuova generazione detta P (di precari) che ha scoperto da un anno a questa parte che ormai la crisi, la precarietà è un fatto globalizzato. L’iniziativa è promossa dal Coordinamento studenti medi, l’Udu e il Comitato scuola pubblica e raduna una piazza di migliaia di giovani studenti in novanta tra le più importanti città italiane. Gli studenti parmigiani non potevano mancare. Un corteo di circa mille giovani manifestanti si è snodato da barriera Bixio fino a Piazza Garibaldi gridando slogan come “Scuola pubblica libera”. Nel frattempo numerosi altri cortei si sono mossi a Milano, a Roma, a Palermo, a Bologna, a Torino e diverse altre città italiane.
Un anno è passato. Giusto un anno ma nulla è cambiato. Sostanzialmente è solo cresciuta la consapevolezza che un ceto dirigente a livello globale, sull’onda di una crisi economica che ha attanagliato la spesa pubblica anche dei paesi più ricchi e blasonati come gli USA e la Gran Bretagna, ha penalizzato talmente l’istituto della scuola pubblica da ridurlo sul lastrico. Riduzione del personale docente e amministrativo, riduzione dell’offerta formativa, riduzione dei più elementari servizi di gestione, classi pollaio, istituti fatiscenti, aumento delle tasse d’iscrizione, impoverimento della ricerca, aumento della precarietà: sono questi termini di una gestione della crisi che ha fatto insorgere i movimenti studenteschi. Se cerchiamo una data di cesura questa è sicuramente quella dell’otto ottobre 2010 quando una grande manifestazione riversò nelle strade quasi trentamila giovani studenti a gridare contro le misure che affossavano la scuola pubblica. Ma si era appena all’inizio. Atenei in rivolta, aule occupate, assemblee spontanee, ricercatori sulle barricate. Arriviamo al quel fatidico quattordici dicembre 2010 con l’insurrezione a Roma di piazza del Popolo. Il 25 novembre viene simbolicamente occupato il Colosseo; qualche giorno dopo a Milano si celebra il “No Gelmini day”. Poi è la volta di Bologna, Padova e Torino.  Il famigerato decreto Gelmini è legge ma lo scontento è totale e generale. I grandi della cultura italiana si schierano contro. Ettore Scola ha commentato così: ”Decreto legge delirante”. Anche a Palermo dove è stato deciso l’aumento delle tasse scolastiche la manifestazione del sette ottobre scorso a portato in piazza circa ottomila giovani studenti che hanno manifestato partendo da piazza Politeama fino ai Quattro Canti occupando pacificamente alcune aule del palazzo comunale. Su uno striscione rosso campeggiava la scritta:”Save school not banks”. Il messaggio è palese. Il clima di scontento è globale e il movimento studentesco nazionale e locale trova riscontro in Europa e nel mondo intero. La Gran Bretagna triplica le tasse universitarie e le rivolte non si lasciano attendere. Ad Atene la rivolta del ceto medio e degli anarchici della gioventù sembra accumunare nel sentimento della piazza le istanze dei precari, dei senza lavoro e degli studenti. Poi è il momento romantico di Madrid degli indignados e dell’occupazione per settimane di Puerta del Sol finita come sappiamo. Intanto a Londra il “no future” ispira i minorenni dell’East a saccheggiare e a incendiare i simboli del moderno capitalismo. Ancora i ragazzi di Santiago del Cile guidati da Camila Gallejo e sotto la spinta di una nuova coscienza democratica reclamano lo smantellamento della scuola classista residuo del regime  di Pinochet. Fino ad arrivare alla cronaca di questi giorni con lo sbarco degli indignati a Wall Street.
I sentimenti messi in piazza dai giovani studenti italiani si fondono in maniera ineluttabile con quelli dei precari, dei disoccupati, dei nuovi poveri, dei ricercatori sfruttati che lottano anche per quelli che si lasciano sfruttare volentieri con il miraggio di una carriera universitaria che forse non vedranno mai, con gli studenti delle classi pollaio, con i docenti oberati, con i genitori che sono costretti a comprare la carta igienica per i loro figli che vanno a scuola, per chi si vede abbassare il diritto allo studio, per una generazione che ormai è costretta a crescere con l’idea che forse un lavoro vero non lo avrà mai.

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