di Giuseppe Facchini

Che cosa ha significato quell’incontro, il giorno dopo le dimissioni di Vignali, tra tutte le associazioni, i partiti e, soprattutto, la gente di Parma  che ha protestato contro l’amministrazione uscente?
Io credo che sia stato un punto di svolta. Fino a quel momento abbiamo solo protestato, mentre ora ci sono le basi per una nuova proposta. È stato qualcosa di straordinario per partecipazione e richiesta di interventi di moltissimi cittadini che, a titolo personale, hanno contribuito all’inizio di una pratica nuova, di democrazia partecipata.

Lo ha ribadito anche durante l’assemblea all’auditorium Toscanini, dicendo che “i partiti hanno esaurito il loro compito come modelli di organizzazione democratica e devono fare un passo indietro”. Ma un modello di democrazia diretta le sembra una soluzione applicabile nel 2011?
Mi pare sotto gli occhi tutti che  i partiti oggi si occupino più di affari e di potere che degli interessi dei cittadini. Credo che abbiamo di fronte due soluzioni a questo degrado della democrazia rappresentativa: o una svolta autoritaria, ipotesi per la quale il berlusconismo ha sicuramente abbondantemente seminato e verso la quale si deve alzare il livello di vigilanza, o una democrazia partecipativa, con i cittadini in grado di svolgere un ruolo decisivo. Ritengo che tutte le decisioni importanti della futura amministrazione locale debbano passare attraverso l’approvazione della cittadinanza, con forme della democrazia diretta che vanno pensate e realizzate anche alla luce degli straordinari strumenti che oggi abbiamo a disposizione, come internet. Non vedo in questa ipotesi nessun ritorno, ma nuovi progetti che non dimenticano le precedenti esperienze. È ancora presto per definire un programma, ma alcuni punti devono rimanere fermi, come la tutela del territorio, l’arresto del suo consumo, la difesa del lavoro, la vigilanza contro le spinte autoritarie, la prevalenza delle persone sulle macchine e il cemento. Una città che realizza, ad esempio, un numero incredibile di rotonde è una città pensata per le automobili, mentre una città dove tutti i bambini possono raggiungere le loro scuole a piedi e in sicurezza, penalizzerà le auto, ma sarà pensata per le persone. Ecco quale dovrà essere il nuovo paradigma culturale, senza dimenticare che in una città delle dimensioni di Parma non potranno partecipare proprio tutti, ma solo quelli attivi, davvero interessati alla cosa pubblica e all’autogoverno.

Ma se un gruppo di cittadini attivi si chiama Unione degli Industriali?

Tutti possono unirsi liberamente, ma se questo gruppo si rende responsabile di malefatte in combutta con la pubblica amministrazione vanno messi dei paletti. Se la cittadinanza prenderà coscienza che gli interessi degli industriali sono interessi di un piccolo gruppo e non di tutta la città, è ovvio che  la loro associazione verrà sicuramente marginalizzata rispetto alla posizione rilevante che occupa oggi.

In altre parti dell’Italia, quello che la gente in piazza è riuscita a fare a Parma, viene visto con ammirazione, tant’è che per qualcuno potrebbe essere una soluzione applicabile anche in scala nazionale. Lei che ne pensa?
La rivolta di Parma non è avvenuta per caso, dietro c’è il lavoro di tanti comitati, associazioni e gruppi che hanno svolto senza clamore  un ruolo formidabile. Non so in quali altre città vi sia un fermento tale da permettere un’insurrezione analoga alla nostra, ma credo che ogni territorio debba trovare le sue modalità di ribellione al pensiero unico e predominante. A Vicenza la priorità è la lotta del comitato NO DAL MOLIN contro la nuova base aerea americana; in Val di Susa è la lotta contro la costruzione della rete ferroviaria ad alta velocità. Insomma, non penso ci sia una ricetta di rivolta che vada bene per  tutti i territori, ma ognuno di questi deve battersi per le proprie esigenze.

Il pericolo di movimenti di piazza, si sa, è che alla fine si torni punto e a capo, con il più furbo demagogo che approfitta dei malumori della gente per soddisfare le proprie ambizioni personali. Che ne pensa? Quali potrebbero essere i rimedi  concreti dinanzi a queste minacce?
E’ chiaro che il pericolo demagogico esiste, ma credo che sia sufficiente togliere la delega in bianco, come avviene oggi con la democrazia rappresentativa, dove l’eletto una volta raggiunta la poltrona troppo spesso fa  i comodi suoi.  Bisogna porre delle condizioni, come dire all’eletto “realizza il programma per il quale ti abbiamo affidato quel ruolo o vai a casa anche prima delle nuove elezione”, con una sorta di sfiducia della cittadinanza. La democrazia partecipativa  è una garanzia per tutelare la cittadinanza dalle ipotesi demagogiche, affaristiche e di scalata personale. I cittadini attivi devono avere gli strumenti per far valere la volontà popolare.

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