di Maria Teresa Improta
Appalti, debiti, tangentopoli e la mano lunga di Pizzarotti. Piero Concari non regge. Un colpo secco alla tempia con il suo revolver Smith Wesson calibro 38, nella sala d’aspetto della multinazionale del mattone parmigiana in via Adorni, pone fine al suo martirio. È il 12 ottobre 1994. Dopo sette mesi il figlio 35enne Marco ripeterà l’insano gesto impiccandosi nel sottoscala dell’hotel ‘San Marco’ di Pontetaro, l’albergo di famiglia in cui risiedeva da tempo. Oggi ricorre il 17° anniversario della morte del cavaliere del lavoro parmigiano,  ma molti interrogativi restano ancora aperti. All’origine della tragedia vi sarebbero questioni monetarie, ingenti insolvenze. Il debito della Concari Cavalier Piero, leader nella costruzione di spartitraffico e prefabbricati, pare ammontasse a 70 miliardi di lire: l’azienda fallì nell’aprile del 1995 risucchiando tutto il patrimonio di famiglia. Quarantotto ore prima della sua morte Concari Senior consegnò alla Procura di Parma un memoriale nel quale addebitava il tracollo del proprio impero edile alla Pizzarotti Spa che, come recita il decreto di archiviazione del caso, “gli avrebbe sottratto il primo lotto della Ghiare-Bertorella, già assegnato dall’ANAS al Concari, almeno secondo il suo personale convincimento”. Un appalto da 150 miliardi, che forse avrebbe colmato il buco in bilancio dell’azienda; un appalto che avrebbe ridato la solidità necessaria ad ottenere ulteriori prestiti; un appalto che probabilmente per il cavalier Concari rappresentava l’unica speranza per sopravvivere sul mercato. Ma non fu così.A suon di querele, la Pizzarotti ha negli anni diffidato media e parlamentari dall’approfondire la vicenda. Il caso fu archiviato dopo poco più di due mesi dal sostituto procuratore della Repubblica di Parma al tempo in carica Francesco Saverio Brancaccio e dal gip Padula. Brancaccio e Padula. Gli stessi giudici che non approfondirono la segnalazione di alcuni parlamentari sugli anomali finanziamenti alla Parmalat da parte di Cariparma e Banca Monte archiviando ciò che poi esplose nel più grande crack finanziario d’Europa perché “non vennero ravvisati estremi di reato”. Alcuni parlamentari della Lega Nord si spesero per far immediatamente luce sul caso con il timore che il memoriale cadesse nel dimenticatoio presentandolo in allegato ad un esposto alla Procura della Repubblica di Roma, al Consiglio Superiore della Magistratura ed al Ministero della Giustizia, che portava in calce come oggetto lo stesso nome del procuratore che fulmineamente archiviò il caso Concari: Francesco Saverio Brancaccio.
Il gruppo di senatori, che ovviamente furono querelati dalla Pizzarotti, per poi essere scagionati dal Senato stesso, nell’esposto definiva la morte del settantaquattrenne Concari come ‘presunto suicidio’. Presunto, non certo. Il documento presentato alle più alte cariche del sistema giudiziario italiano esordiva così: “È di dominio pubblico che il sostituto procuratore Brancaccio ha assidue frequentazioni personali con il dottor Paolo Pizzarotti. È pure di dominio pubblico tutta una serie di ‘fallimenti’ sospetti di imprese e aziende parmigiane, fallimenti che molti affermano non tutti riconducibili ad uno stato di sofferenza dell’economia e con procedure definite dagli stessi bene informati ‘sospette’”. Una missiva al vetriolo alla quale, come afferma uno dei firmatari, l’ex senatore milanese Gianluigi Carnovali, in diciassette anni “non abbiamo mai ricevuto alcuna risposta. Concari si era suicidato perché aveva perso un appalto. Noi volevamo chiarire che lo stesso appalto era stato poi vinto da Pizzarotti”. Gli ispettori ministeriali furono così chiamati ad indagare per evitare, come recita il testo del famigerato, esposto “ogni sospetto di inquinamento ambientale”, ma il tutto decadde con l’archiviazione paventata dai senatori leghisti. Il perché fosse così interessante il memoriale consegnato da Concari a Brancaccio lo spiegano gli stessi senatori descrivendo il documento come “un fascicolo autografo che spiega le ragioni del dissesto delle sue società, motivandolo, nel dettaglio, con un intreccio politico affaristico che d’altronde trova riscontro in numerose notizie di stampa, interrogazioni parlamentari e finanche sentenze di Tribunale”. Eppure il Gip Alessandro Conti che, pur fornendo gli atti di archiviazione del caso, ha negato la visione del memoriale Concari alla nostra redazione; ritiene si tratti di un documento di nessuna rilevanza “uno sfogo personale di un imprenditore alla gogna. Un paio di paginette cui contenuto è da ritenersi intimo e privato” giustificando il suo diniego come “un fatto di etica”.
Il memoriale però a detta di Giuseppe Nicotri, giornalista de L’espresso che si occupò della vicenda accaparrandosi anch’egli una querela dalla Pizzarotti, non è proprio un breve manoscritto delirante, ma “è formato da trenta pagine. Tre, tutte firmate a margine, sono di denuncia vera e propria. Le altre 27 fanno parte di sei documenti allegati come prove”. Pare che di intimo ci sia ben poco, ma gli atti pur non essendo secretati, continuano a giacere nei cassetti della procura ducale. La stessa procura presso la quale Piero Concari avrebbe dovuto incontrare Brancaccio il mercoledì successivo alla sua morte per continuare la propria testimonianza e portare all’attenzione del magistrato il resto delle prove in suo favore.
Intanto dall’ufficio stampa della Pizzarotti Spa il portavoce della multinazionale sulla vicenda Concari dichiara che l’azienda “non intende rilasciare dichiarazioni in merito perché parlarne non farebbe altro che alimentare polemiche e chiacchiere come è sempre successo in passato” e con cordialità intima “di trattare l’argomento con cautela al fine di tutelare il buon nome dell’azienda”.

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