di Marcello Frigeri
Non parlerò del fallimento politico dell’ex sindaco Vignali – sarebbe retorico -, del perché sono state doverose le sue dimissioni, e ne’ di cosa potrebbe accadere politicamente nei prossimi mesi, durante il governo del commissario prefettizio. Per due motivi:  primo perché prevedere il futuro è un giochetto che lasciamo ai demagoghi, come diceva Max Weber, e secondo perché è sotto gli occhi di tutti non tanto la colpevolezza di Vignali nei casi di corruzione – fino a prova contraria, infatti, non è indagato -, quanto la sua palese incapacità nell’amministrare una città. Vignali è una persona onesta? Io credo di sì, ma non basta essere onesti per essere un buon sindaco. Quello su cui vorrei porre la riflessione, invece, è il fallimento di un sistema politico. In estrema sintesi chi ha parlato di sviluppo della città non ha poi fatto i conti con i debiti che ha generato, 600 milioni di euro. Allora la domanda è: era necessario l’ascendere di Parma a regina d’Europa se poi l’equazione prodotta dà come risultato il suo collasso? C’è chi dice, anche con fare sgargiante, che un tempo in tangenziale c’erano i semafori, e che in via Farini passavano gli autobus. È vero, però non avevamo sulle spalle 600 milioni di verdoni. Cos’è meglio?
Il sistema politico odierno, ed è un discorso che non vale solo per Parma ma per tutto il mondo capitalista, è una combinazione di affari e potere tra politica e magnati dell’economia. Non che questo binomio sia esistito, o esista, solo nelle democrazie, ma della democrazia rappresentativa è il motore. Il modello politico contemporaneo, che si afferma democratico, ha un grande limite: più le decisioni strategiche per una città, o per una Nazione, vengono decise da accordi tra politica e lobby affaristiche, meno democrazia si avrà in quella città o in quella Nazione, perché la degenerazione di questo modello è che si finisce con il privilegiare gli interessi particolari di chi manovra il denaro a discapito della collettività. Ecco: in città politicamente la situazione è questa, sia pur nata per fini utili, o che si pensano tali. I 600 milioni di debiti ne sono la prova più forte.
Il sistema di corruzione scoperto dalla Guardia di Finanza, allora, altro non è che la degenerazione di questo sistema politico già di per se’ poco democratico, e su cui ha avuto predominanza, risultando fatale, l’interesse particolare rispetto a quello generale dei cittadini. Il guaio ora è uno solo: destra, civici e sinistra – sempreché ancora oggi valgano queste pseudo definizioni -, che hanno fatto parte fino a ieri dell’apparato politico di cui sopra, oggi si impegnano davanti ai loro elettori a ripartire da zero, chi con le primarie, chi con una politica che “nascerà dal basso”. Letta la situazione da una visuale più ampia e globale suona così: quelli che ci hanno portato al collasso economico – vedi la recessione degli ultimi 4 anni – sono gli stessi su cui oggi dovremmo contare per ripartire. E dovremmo fidarci? Il nostro è un discorso mondiale, ma che si sposa anche con il locale. La miglior risposta al riproporsi dello stesso sistema politico che ci governa da almeno un secolo è in Italia l’astensione al voto: il primo “partito politico” dello Stivale, circa il 30%. La gente non crede più ai castelli di carta. A Parma, la risposta al centrodestra e al centrosinistra si chiama invece La Piazza. E mi sorprende, anche tanto, che tutti i giornali locali abbiano snobbato un evento che io definirei storico. Il 29 settembre 2011, data successiva alle dimissioni del Sindaco Vignali, la Piazza si è auto convocata nell’auditorium Toscanini, e lì ha sancito un patto d’unione: d’ora in poi il governo della città dovrà passare dalle nostre decisioni, si sono detti, d’ora in poi basta con la democrazia rappresentativa, che in realtà è espressione del volere degli industriali parmigiani. D’ora in poi, si sono ripetuti, dovremo seguire un percorso di democrazia diretta. L’importanza di quel giorno, seppur con le dovute proporzioni, è pari a quel giugno del 1789, antecedente alla Rivoluzione francese, quando nella sala della Pallacorda il Terzo Stato, riunitosi in seduta Comune contro il volere dei nobili e della monarchia assoluta, ha giurato fedeltà a se stesso, e sul fatto che mai si sarebbe disunito nella lotta contro l’Ancièn Regime.
Il giuramento della Pallacorda fu l’antitesi della Rivoluzione francese, e padre della democrazia rappresentativa, anche se chi giurò quel giorno non si sarebbe mai aspettato di cambiare il corso della storia, almeno non così tanto. Il giuramento del Toscanini, chiamiamolo così, è invece la chiara intenzione di chiudere con la democrazia rappresentativa che, ed è sotto gli occhi di tutti, ha esaurito il suo potere democratico, per  far posto ad un nuovo tipo di democrazia, quella diretta. Il futuro? Dipende dai protagonisti di questa rivoluzione.

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