di Maria Teresa Improta
Parma ha più partecipate di Milano. Nella città ducale esistono trentaquattro società che insieme al Comune gestiscono i servizi pubblici, dai cimiteri ai trasporti, attraverso una rete di appalti e subappalti. Un sistema che ha portato l’amministrazione comunale ad accumulare un debito di oltre 600 milioni di euro. Un debito che lo sguardo vigile dei politici seduti nei consigli di amministrazione delle varie S.p.A. non è riuscito a contenere. Le azioni di responsabilità per punire i dirigenti delle partecipate in rosso sono state votate all’unanimità solo durante il consiglio comunale dell’11 ottobre, cui legittimità è ancora al vaglio delle autorità giudiziarie a seguito di un esposto presentato da Vignali e Pinzuti che ne contestano la validità. I colpevoli del dissesto finanziario dell’universo delle S.p.A. miste pubblico-privato della città di Parma sarebbero gli amministratori di STT, SPIP ed Alfa accusati di ‘malagestione’. E se i Portici del Grano da un lato salvano le partecipate – ricordiamo la delibera del 5 luglio con la quale furono trasferiti altri 17 milioni di euro alla Stu Pasubio e fu firmata la fidejussione per 25 milioni a favore di Parma Infrastrutture – e dall’altro puniscono i suoi boss con azioni di responsabilità, dal basso arrivano proposte alternative alla gestione dei servizi pubblici. Le società partecipate, secondo la piazza, potrebbero infatti essere gestite direttamente dai cittadini attraverso formule finanziarie innovative come l’azionariato diffuso, dove a detenere le quote delle partecipate sarebbero il Comune ed i comuni cittadini.Prosegue dalla prima…“Partecipate che partano dalla democrazia partecipata. Partecipate in cui una persona vale un voto” spiega Sandro Tore del Coordinamento La Piazza parlando della via alternativa al groviglio di nomine e debiti create dalla costellazione delle varie STT, Stu, Iren, Tep & co. “Si tratta di una visione della città diversa da quella di Ubaldi, la visione di una città come città di persone, non di capitali. Una città in cui tutte le decisioni più importanti vengono votate tramite referendum” continua Tore “e dove gli industriali non avrebbero più un ruolo privilegiato, ma sarebbero paragonati alla stregua di tutte le altre associazioni, in modo da ridimensionare la loro influenza sulla cosa pubblica”. Insomma una città in mano ai cittadini. Questo sembrerebbe il senso della proposta che arriva dai diversi movimenti antagonisti alla politica delle poltrone. Delle poltrone e dei ‘poltronifici’ come ama definirle Marco Vagnozzi del Movimento 5 Stelle secondo il quale le partecipate ducali “sono state usate per eludere il patto di stabilità, strumento che serve al Governo per frenare il debito pubblico, ma il sistema fallendo ha creato più debiti fuori dalle casse comunali che al loro interno. Il bilancio del comune di Parma infatti di suo sarebbe relativamente a posto, ma ci sono i debiti delle partecipate”. La soluzione anche per Vagnozzi risiede nell’affidare la gestione delle società ai cittadini “così se viene aumentato il prezzo, ad esempio di acqua o energia, aumenta anche il reddito dei cittadini-azionisti che essendo a loro volta clienti tenderanno a non far aumentare i prezzi alle stelle. Ubaldi ha sempre sostenuto che i politici nei cda delle partecipate fungessero da controllore, ma quando poi sono saltate fuori le irregolarità Vignali ha dichiarato che non poteva controllare tutto. È assurdo. Le nomine dei dirigenti devono avvenire tramite concorso non assegnazioni fatte dai politici”. Dalla politica alle partecipate sono migrati diversi ‘figli di partito’ ed anche chi ha piazzato i propri uomini nelle stanze dei bottoni delle società, pur mantenendo la propria roccaforte, lamenta da tempo scarso controllo sulle fantasiose operazioni finanziarie concertate tra Comune e SpA. Un esempio tra tutti: l’UDC. I democristiani che da tempo chiedevano azioni di responsabilità nei confronti dei dirigenti sono rimasti seduti al loro posto. Perché? “Per controllare le decisioni ed eventualmente contestarle attraverso il voto” afferma Matteo Agoletti capogruppo UDC in consiglio comunale, il quale sostiene che “le partecipate siano uno strumento importante ed abbiano avuto una funzione rilevante per lo sviluppo della città. Le partecipate a Parma nascono con una funzione specifica, poi ne è stato fatto un uso improprio che ha portato ad un superindebitamento. Indebitamento che purtroppo non è slegato dal bilancio del Comune, ma si ripercuote su di questo ed inevitabilmente sulle tasse che pagano i cittadini. Acquistare patrimonio dal Comune di Parma e spostare il debito sulle partecipate per portare liquidità nelle casse comunali: è questo che è stato fatto e su queste operazioni è stato esercitato poco controllo”. Si è così creata instabilità finanziaria. Un’instabilità che ha scosso anche colossi dell’economia locale come Banca Monte Parma che ancora aspetta il rimborso dei 14 milioni di prestito a favore di Alfa, la partecipata che si occupa della logistica della filiera agroalimentare ducale. Un prestito mai tornato indietro. Ma se la situazione delle partecipate ducali pare aver raggiunto un punto di non ritorno, dalla Foresta nera tedesca Parma potrebbe trarre interessanti spunti di riflessione per organizzare il futuro delle società miste. Nella città di Schoenau infatti i cittadini hanno rilevato nel ’97, dopo varie lotte con le lobby energetiche, la rete di produzione di energia elettrica del circondario creando con l’appoggio del Comune e di una Banca Etica una nuova compagnia. I ‘ribelli dell’energia di Schoenau’ sono così riusciti attraverso referendum e la gestione ‘partecipata’ della nuova partecipata a ribaltare la politica energetica della città migrando dal nucleare alle fonti rinnovabili. Non utopia, ma realtà. Una realtà non troppo lontana, se solo i parmigiani volessero.

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