Colpevolisti e innocentisti: due chiavi di lettura un unico risultato.  Un confronto tra gli esperti Danilo Coppe e Cristina Pomponi.di Danilo Coppe
Lunedi sera ho fatto violenza a me stesso e ho guardato la prima parte di Quarto Grado, la “Novella 2000 televisiva dedicata alla cronaca nera”. Il conduttore Salvo Sottile, che “buca il video” in tutti i sensi, assieme ai suoi autori, ha confezionato un format che a me non piace per nulla, anche in virtù degli ospiti fissi, come la soporifera Barbara Palombelli, il tuttologo mistico Meluzzi, ecc. Tuttavia, poiché la cronaca nera, negli ultimi 10 anni, ha assunto un ruolo antagonista al calcio (come sport non come elemento chimico) per diffusione nazional popolare, era inevitabile che programmi del genere proliferassero. A Sottile rimprovero di fare bene il suo lavoro, ossia il suo manifesto gusto per il dettaglio pruriginoso o “pulp” da stimolare anche gli spettatori più sonnecchianti. Ma lunedì sera ha fatto un vero e proprio scoop, trasmettendo la diretta della sentenza su Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Confesso che la lettura della sentenza mi ha dato emozione poiché speravo nell’assoluzione degli indagati e avrei ritenuto un abominio la conferma della precedente condanna. Non perché io sia certo dell’innocenza dei due ragazzi, ma perché non si poteva in primo grado, ne tanto meno in appello condannare due ragazzi in base ad un impianto accusatorio tanto fragile. Il movente era fiacco e andava bene solo come trama di una  morbosa feuilleton; le prove, scientificamente poco significative. Certo, c’è da ammettere, gli indagati hanno la faccia antipatica. Globalmente i PM avevano in mano solo la nebulosa testimonianza di Rudy Guede.

Sono tre i punti su cui voglio fare alla fine di questa fase del Procedimento Penale.

1) Negli USA c’è l’assoluta tutela della privacy dei protagonisti dei processi penali. Tanto che i giornali sono costretti ad utilizzare vignette realizzate da ritrattisti. Questo per rispettare, non solo il presunto colpevole, ma anche e soprattutto i parenti delle vittime o i danneggiati (ad esempio una donna stuprata). Da noi invece si fa una diretta televisiva per di più nella fascia oraria di maggiore share. Se condannati, le telecamere avrebbero indugiato sulle reazioni di Sollecito e la Knox. Per come è andata, invece, si è violata la privacy sui sentimenti dei familiari della povera Meredith. A-b-o-m-i-n-e-v-o-le.

2) Nella piazza, fuori dal Tribunale, si è creata una folla di patetici turisti del “Giallo”, che si sono divisi fra colpevolisti o innocentisti, tanto come tifosi che tengono all’Inter o al Milan. Senza sapere un cazzo degli aspetti tecnici e processuali, ma solo per volontà forcaiola in un  caso o “missionaria” nell’altro. D-i-s-g-u-s-t-o-s-o.

3) Ho apprezzato il coraggio dei magistrati coinvolti, poiché qualunque sentenza avessero emesso, la Magistratura italiana ne esce demolita. Chi ridarà 4 anni (1500 giorni!) ai due ragazzi? E se fossero stati colpevoli, sulle basi di cosa avrebbero dovuto farsi l’ergastolo?
S-c-o-n-c-e-r-t-a-n-t-e.

di Cristina Pomponi
Se dovessi trovare un unico aggettivo per descrivere il processo sul delitto di Perugia, sceglierei senza esitare “grottesco”. Tutto in questa vicenda grida al teatro dell’assurdo.
Innanzitutto, l’atteggiamento  della stampa americana e del popolo (bue) che le è andato dietro. Si è parlato di ripicca degli italiani per la tragedia del Cermis.
Fatto su cui farebbero bene a tacere ed andarsi a nascondere, per com’è andata, altro che pontificare. Si è tirato in ballo il palese anti-americanismo italico, quando a me sembra invece che noi tendiamo a berci qualsiasi stronzata purché arrivi da oltreoceano. Si è parlato di bigottismo italiano di fronte ad una ragazza bella e sessualmente spregiudicata; sentire gli americani che accusano altri di bigottismo fa ridere i polli. D’altro canto, anche molti italiani non hanno fatto una bella figura, seguendo la sentenza come se si trattasse della finale dei Mondiali di calcio. Appostandosi fuori dal Tribunale a gridare improperi e a fare casino come nemmeno durante un derby. Mancavano i coperchi sbattuti l’uno contro l’altro ed eravamo al completo. In ambo i casi, sarei curiosa di appurare la conoscenza dei fatti e le capacità tecniche di chi si è messo a pontificare e puntare il dito urlando “Colpevole!” o “Innocente!”. Non mi attendevo un giudizio diverso dall’innocenza dei due ex indagati. È vero che la giustizia italiana è imprevedibile, ma è anche vero che quando le due prove scientifiche cardine su cui si è basata la condanna di Primo Grado vengono fatte colare a picco, il tutto assume contorni diversi. Ma torniamo ai fatti. E al perché Amanda Knox e Raffaele sollecito sono, nella mia opinione, colpevoli. Innanzitutto, le dichiarazioni rese da Sollecito e dalla Knox in relazione a quella notte sono a dir poco contraddittorie. E non sto parlando di piccole incongruenze. La mattina del 2 novembre la Polizia Postale, allertata da una vicina, arrivò alla casa di via della Pergola trovando fuori dalla stessa Sollecito e la Knox Sollecito disse che, dopo aver notato segni di effrazione (finestra rotta), aveva chiamato i Carabinieri. Ma qualcosa non torna: Sollecitò chiamò i Carabinieri solo tra le 12.51 e le 12.54. Le versioni cambiarono vorticosamente: i due giovani prima sostennero di aver passato la notte a casa di Sollecito, per poi ammettere di essere rimasti in casa e di aver addirittura sentito le urla della Kercher. Perché questo repentino cambio di rotta? La Knox, poi, addirittura puntò il dito contro Patrick Lumumba, sostenendo di averlo visto appartarsi in camera con Meredith, facendo beceramente leva sul fatto che fosse di colore. Perché dire di aver assistito a questa scena se, come ha ribadito ieri, non era neppure in casa? Perché accusare Lumumba se non per allontanare i sospetti da sé? Sollecito, nel tentativo di confermare di essere rimasto in casa propria la sera e la notte del delitto, disse inoltre di aver passato molto tempo a giocare al PC. I rilievi scientifici dapprima dimostrarono che quel PC non veniva utilizzato da oltre tre mesi, e poi che sì, effettivamente era stato usato la sera del 1 novembre, ma in una fascia oraria diversa da quella del delitto. E ancora, sulla scena del crimine sono state rinvenute impronte insanguinate compatibili con le impronte di Sollecito. Infine, i periti super partes, che hanno fatto giustamente rilevare gli inaccettabili errori commessi in sede di repertamento, hanno altrettanto giustamente sottolineato che il quantitativo di DNA presente sulla presunta arma del delitto, ed attribuito dai periti di primo grado alla Kercher, non era sufficiente a procedere ad un’identificazione esatta per via dell’esiguo quantitativo (low copy number).
Ma, d’altra parte, non hanno né utilizzato né menzionato apparecchiature scientifiche in grado di analizzare tracce minime di DNA e di poter fornire una risposta in tal senso. In conclusione: lungi da me il voler avere la Verità in tasca sulla morte della Kercher. L’unica certezza è la figura di merda mondiale che abbiamo fatto, con una Polizia Scientifica a ragion veduta accusata di “non aver rispettato i protocolli internazionali sulle cautele da usare nelle fasi di raccolta e campionamento dei reperti”, ed una spettacolarizzazione della sofferenza umana (della famiglia Kercher se si è colpevolisti, e dei Sollecito e dei Knox se si è innocentisti).

1 Comment

    sono arrivato a questo articolo incuriosito principalmente dal nome di Danilo Coppe, sul quale ho iniziato una ricerca personale, dopo aver letto le sue incredibili dichiarazioni di “esperto” per quanto avvenuto nel tragico ed ancora “irrisolto” auto-attentato del 11 settembre 2011 negli States. Come per altre situazioni “poco chiare” ed interventi di “attendibili” personaggi dalle “spalle coperte” si percepisce uno strano aroma tipo: “soffocamento della verità”.

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