di Danilo Coppe
Per colpa di una percentuale di impresari italiani, si è fatta l’abitudine a credere che “imprenditore” sia sinonimo di “ricco”. Non è affatto così. Perlomeno non lo sono quelli della cosiddetta fascia medio-piccola. In realtà, quando un imprenditore italiano è serio e, soprattutto, onesto e ligio alle regole, è ricco di una sola cosa soltanto: non avere un “superiore” idiota a cui dover rendere conto. Si dirà che non è cosa da poco. E’ vero. Soprattutto dopo che si sono conosciuti certi managers, certi dirigenti o certi funzionari. Il rischio però, per gli imprenditori italiani, è quello di diventare schiavi di sé stessi. Con tutte le regole borboniche cui devono sottostare le imprese, con tutte le tasse opprimenti, con tutti gli adempimenti obbligatori, è un miracolo che esista ancora qualche partita iva in Italia.
Ho già scritto diverse settimane fa che l’INAIL chiede soldi ai dipendenti ancor prima che questi prendano il primo stipendio. Era solo uno dei molteplici esempi che abbiamo in Italia di processi burocratici che scoraggiano le assunzioni.
In questi giorni ne ho scoperti altri. Per molti imprenditori sarà stata anche una cosa nota ma per me è stata una spiacevole novità. Conoscevo il ruolo del cosiddetto RLS ossia il rappresentante sindacale dei lavoratori. Figura sacrosanta, per carità. Quello che è assurdo è che tale personaggio sia indispensabile anche laddove, nell’azienda, il lavoratore dipendente sia uno soltanto. In pratica tale lavoratore non può interloquire direttamente col proprio datore di lavoro. O meglio non può andare a lamentarsi che l’armadietto dello spogliatoio è piccolo. Ci può andare solo se è investito del ruolo di RLS. Perché la Legge non ha limitato l’obbligo di presenza dell’RLS solo per aziende con almeno 3 o 5 dipendenti? Probabilmente per costringere l’impresario a spendere un po’ di soldi per far fare un corso obbligatorio in più. Tanto la mentalità dei nostri legislatori è quella che l’imprenditore deve pagare e tacere, anche quando la Legge sembra che l’abbia scritta un deficiente. Inail ed Inps sono due colossi dai piedi d’argilla; due “entità” che hanno tanti meriti, ma sicuramente anche tanti demeriti, fra cui quello di gestire buchi finanziari colossali. Non sapendo come fare a riscuotere soldi dagli imprenditori onesti, si sono inventati il DURC. Un documento che certifica che l’impresa è in regola con i pagamenti dei contributi previdenziali. Per partecipare e condurre in porto una piccola gara, ho dovuto richiedere e presentare QUATTRO volte il DURC. Una volta per partecipare alla gara. Una volta per iniziare i lavori. Una volta per avere il certificato di pagamento ed un’ultima volta per avere i soldi. Vi sembra una cosa normale?
Ho, sfortunatamente, rapporti con 4 partite iva diverse. Ho ricevuto altrettante lettere, negli ultimi dodici mesi, dalla simpatica Equitalia, ossia l’ente che ha incarico di riscuotere i crediti per conto dell’Agenzia delle Entrate. Quest’ultima entità, più simile ad un anchilostoma che ad un servizio pubblico, ha appaltato ad Equitalia un incarico che in passato il Principe Giovanni aveva affidato allo Sceriffo di Nottingham. Equitalia, con modi similari, con missive gradevoli come un carcinoma all’ascella, mi ha bussato cassa per importi non elevatissimi, ma più che sufficienti ad indurmi a smoccolare per tali richieste. Ovviamente con la minaccia di venirmi a confiscare la poltrona da sotto il deretano se non pagavo. Dopo altrettante verifiche fiscali da parte dei miei commercialisti, si è scoperto che TUTTE le richieste erano illegittime. “Meglio per te!” direte voi. Certamente, ma credete che i commercialisti lavorino gratis? E poi, visto la illegittimità delle richieste, Equitalia o il Fisco mi hanno forse scritto con altrettanta solerzia per chiedere scusa per il disagio arrecatomi? Nossignore. Silenzio e cara grazia. L’imprenditore è vittima di un gioco perverso e, a tratti, anche sadico. Fai presto ad aprire un’azienda, ma poi prova a chiuderla. Nel frattempo è frequentissimo che l’imprenditore rinunci ai suoi compensi pur di pagare i salari. L’imprenditore è quello che deve fare prestiti in banca per pagare le tasse poiché, con l’altra diabolica invenzione, ossia gli “Studi di settore”, che guadagni o meno, le tasse deve pagarle lo stesso. E non solo quelle dell’anno corrente, ma anche per l’anno successivo, con la presunzione da parte del fisco che la crisi non ci sia, che i prezzi di gestione non siano aumentati, ecc. ecc.
Con questi esempi, che potrebbero continuare all’infinito, sono sempre più tentato di mandare a quel paese l’Italia e chi la governa da 50 anni. Solo che non me lo posso permettere. E’ questo su cui contano quelli della stanza dei bottoni? L’impressione è quella. Anche perché è altrettanto vero che un proprietario di partita iva da gennaio ad agosto lavora per lo Stato italiano. Pagare le tasse è giusto e sacrosanto, ma c’è modo e modo di chiederle. Inoltre sarebbe bene che l’accanimento burocratico fosse lo stesso su tutto il territorio nazionale. Invece sappiamo benissimo che non è così. Quindi mi piace fantasticare con una storiella adattata di Romano Bertola:
Stamattina alle sette un vertiginoso silenzio ha svegliato tutti i politici ed i funzionari pubblici che non fanno l’interesse del Paese. Si sono guardati intorno ma non c’erano né mogli ne mariti né partners in genere. Non c’erano nemmeno figli o genitori conviventi. Strade completamente deserte. Con le loro auto blu hanno percorso le strade senza incontrare nessuno. Vie e piazze spopolate. I tram fermi e vuoti. Negli uffici nessuno. Dai parenti,  appartamenti vuoti. All’aeroporto nessuno, tranne qualche aereo abbandonato sulla pista. Qualcuno ha un brevetto di volo. Parigi, Atene, New York. Non un’anima. Vuoto. Deserto. Sul banco di un bar di Adelaide trovano una fotografia. Ci sono tutti. Cinque miliardi di persone che fanno ciao con la mano… Sotto, una scritta: Addio teste di cazzo! D’accordo, d’accordo…Però andarsene così…Senza dire niente…Che bastardi…

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